L’ultimo trasloco (ovvero come finiremo in un allegato)

Tempi Moderni

Pensiero e realtà contemporanea

Se il corpo è un guscio troppo fragile per attraversare il cortile di casa e se gli oggetti che lanciamo nel buio rischiano di diventare reperti muti — quei “cessi scassati” di cui ridevamo con Bellavista — allora non resta che un’ultima mossa sulla scacchiera. Una mossa radicale, che non sposta atomi, ma informazioni. Se non possiamo portare noi stessi tra le stelle, dobbiamo smettere di essere “noi” nel senso biologico del termine e accettare di trasformarci in un segnale. Il salto logico è vertiginoso: smettiamo di essere l’ospite della nave e diventiamo il codice che la guida.

L’idea, che fino a ieri era confinata ai romanzi di fantascienza più spinti, oggi ha un nome tecnico che profuma di silicio: Mind Uploading. Si tratta di mappare il connettoma, ovvero l’incredibile e fittissima rete di sinapsi e connessioni che ci rende ciò che siamo, per trasferirla su un supporto digitale. In questo scenario, la sonda non trasporta più un disco d’oro sperando che qualcuno lo trovi; la sonda è la mente. Un uomo-software non ha bisogno di ossigeno, non teme le radiazioni cosmiche e, soprattutto, non invecchia durante i millenni necessari a raggiungere un’altra galassia. Può viaggiare alla velocità della luce, rimbalzando tra le antenne come una canzone trasmessa in radio.

Ma qui il pensiero inciampa in un paradosso che fa tremare i polsi: il problema dell’identità. Se io “carico” la mia mente su un computer, quel file che inizia a pensare e a rispondere sullo schermo sono davvero io? O è solo una copia perfetta, una simulazione che mi somiglia in tutto ma che manca della scintilla originale? È la differenza sottile e atroce tra un “qualcuno” e un “qualcosa”. E poi, se diventiamo bit, perdiamo la nostra unicità di pezzi singoli per diventare potenzialmente infiniti, duplicabili, ridondanti. Resta l’intelligenza, certo, ma resta il soggetto? O stiamo solo popolando l’universo di calcoli velocissimi privi di un testimone consapevole?

La cosa più inquietante è che non dobbiamo aspettare il prossimo secolo per vedere questo processo in atto. In una certa misura, siamo già diventati dei bit “a rate”. Ogni giorno cediamo pezzi della nostra coscienza, dei nostri ricordi, dei nostri gusti e dei nostri modelli decisionali agli algoritmi che ci circondano. La nostra identità digitale è già un’ombra che agisce al posto nostro, che sceglie cosa dobbiamo leggere o chi dobbiamo incontrare. Siamo diventati fornitori di dati, una sorta di materia prima informazionale che alimenta macchine sempre più capaci di prevederci. Il trasferimento è già iniziato, ma avviene in silenzio, sotto forma di termini e condizioni accettati senza leggere.

Eppure, in questa transizione epocale, ci comportiamo esattamente come i protagonisti di Don’t Look Up!. La cometa della digitalizzazione integrale dell’umano è già visibile nel cielo, ma noi preferiamo guardare il menu della cena o litigare sui social. C’è una pigrizia esistenziale, un timore reverenziale che ci spinge a restare nella nostra zona di comfort biologica mentre le fondamenta di ciò che chiamiamo “io” vengono smantellate.

Siamo arrivati al punto in cui l’efficienza della macchina ci sembra l’unico modo per sopravvivere all’indifferenza dello spazio. Abbiamo scelto la via del segnale perché abbiamo perso fiducia nella resistenza della carne, o forse perché la competizione che caratterizza la nostra evoluzione sociale ci spinge inesorabilmente oltre. È una corsa senza fine in cui ogni passo cambia l’intero quadro: abbracciamo tecnologie dai tratti definitivi semplicemente perché, se non lo facessimo noi, lo farebbe qualcun altro. Ogni intelligenza artificiale è il prodotto e la testimonianza di questo meccanismo cinico. È un destino, segnato dalla competizione tra individui, che rompe la meraviglia delle stelle e trasforma il progresso in una necessità pratica e spietata.

Ma proprio ora che siamo pronti a diventare puro codice e ad arrenderci a questa spinta inevitabile, sorge il dubbio più grande, quello che ci riporterà bruscamente a terra nella nostra ultima tappa. Se cancelliamo il disturbo, l’errore e il dolore del corpo per diventare perfetti, siamo sicuri che quello che resterà sarà ancora degno di essere chiamato uomo? Nel prossimo e ultimo appuntamento proveremo a reclamare ciò che resta della nostra imperfezione.

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