Lo Stato ipocrita e la crisi irreversibile del liberalismo reale

Punto di vista

Riflessioni, opinioni e prospettive

Nel negozio di mio nonno, i “giovani di bottega” non erano ragazzi di passaggio. Erano uomini fatti, che lavoravano, si sposavano, mettevano su famiglia. Restavano lì quarant’anni, senza la paura quotidiana di perdere il lavoro. I figli studiavano, diventavano professionisti, commercianti, impiegati. Intorno a quella bottega cresceva una comunità.

Non era un mondo perfetto. C’erano meno tutele, meno regole, meno diritti formalizzati. Ma c’era una cosa che oggi sembra quasi sparita: un patto implicito tra chi dava lavoro e chi lavorava. Un equilibrio fragile, certo, ma reale. Si produceva, si cresceva, si costruiva qualcosa che aveva un senso anche oltre il profitto immediato.

Quando il datore di lavoro assumeva un giovane, si assumeva anche la responsabilità del sostentamento della famiglia di quel giovane. E quel giovane, per tacito patto, gli era grato. Quel mondo non esiste più.

L’economia è cambiata e si è trasformato il modo di intendere i rapporti. Oggi non si ragiona più in termini di comunità, ma di opportunità. Non di responsabilità, ma di convenienza. Non di equilibrio, ma di rapporti di forza.

Mi capita di leggere di liberalismo e di mercato oggi. Per quanto mi sforzi, tuttavia, non capisco di cosa si parli esattamente.

Il liberalismo per il piccolo imprenditore di un tempo era una cosa concreta: produceva lavoro, stabilità, prospettiva. Era inserito in un contesto dove crescere insieme aveva un senso. Oggi sembra qualcosa di diverso. Più selettivo. Di uguale c’è solo il nome.

Assistiamo a:

  • lavori stagionali massacranti e sottopagati, mentre si dice che “nessuno vuole lavorare”;
  • incentivi pubblici che non migliorano i salari;
  • concessioni pubbliche che rendono moltissimo a pochi e pochissimo alla collettività;
  • tecnologie che potrebbero migliorare la vita di tutti, ma vengono usate solo per ridurre costi e aumentare margini.

Chiaramente non ne faccio una questione di bandiera — detesto le ideologie —  ma proprio di esperienza quotidiana.

È inaccettabile vedere anziani e genitori con i bambini che non possono andare al mare, perché costa tanto e le concessioni sono tutte a favore di privati, talvolta senza rispetto neppure per i residenti e per fasce che dovrebbero essere protette. Devo dire non ovunque, per fortuna. In alcuni comuni della Costiera Sorrentina, ad esempio, i residenti hanno delle agevolazioni. Non è abbastanza, ma è qualcosa.

A chi dice che questo sia socialismo rispondo che è confuso. Che è, roba tua? Ce l’avrò la libertà di godere liberamente del mare, del sole e della spiaggia, o no?

Prendiamo il turismo, l’accoglienza e la ristorazione. Ogni estate la stessa storia: mancano camerieri, mancano lavoratori. Ma la verità è più semplice e meno comoda: non si vuole pagarli abbastanza, né offrire condizioni dignitose. Si pretendono turni impossibili, contratti opachi, disponibilità totale per pochi mesi all’anno. 7 giorni su 7, 12 ore al giorno per 1300 euro al mese. A cosa serve una marea di regole disattese? Stessa cosa per i bagnini nei lidi. E poi ci si sorprende se arrivano le macchine a sostituire le persone, raccontando che è colpa di chi “non ha voglia di lavorare”.

Le macchine non sono il problema. Possono essere una grande opportunità. Ma se servono solo a comprimere il lavoro senza redistribuire i benefici, allora diventano un altro pezzo di un sistema squilibrato.

La fiscalità è qualcosa di folle. Le partite iva, soprattutto le microimprese, sono spremute, strizzate, falciate e condannate fin dalla nascita. Gli automobilisti sono tartassati oltre ogni decenza. Bollo, assicurazione, parcheggi, riparazioni, finanziamenti e multe senza fine, tutte cose che pesano sui redditi bassi e medi. Al di là dei tecnicismi, dietro a queste soluzioni c’è una strategia precisa che, ancora una volta, guida il decisore politico. Anche se il saggio, tra il popolo, direbbe: “‘O cane mòzzeca sempe ‘o stracciato”.

Viene da chiedersi: chi vive davvero di rendita?

Perché è troppo facile indicare nei sussidi, nei bonus, nei “fannulloni” il problema principale. Sia chiaro: sono tutte cose che avverso. Ma perché si guarda solo una fetta e non tutta la torta? Della torta fanno parte anche le rendite di posizione protette, gli aiuti selettivi alle grandi aziende, le leggi cucite su misura, fiscalità che pesa più su chi lavora che su chi struttura il capitale e magari specula sulle spalle di molti.

Questo non è libero mercato: è un mercato orientato. Non è assenza o presenza discreta dello Stato: è presenza selettiva dello Stato. Quello che chiamano capitalismo politico.

E allora il dubbio diventa legittimo: il liberalismo che ci raccontiamo è reale o è una versione comoda, adattata agli interessi di qualcuno?

Nel frattempo, il contesto si è complicato. C’è una dimensione tecnologica che cambia tutto: chi controlla dati, piattaforme, infrastrutture digitali ha un potere enorme, capace di influenzare economie e politiche. Non è più solo una questione di mercato, ma di controllo.

E c’è una dimensione sociale, forse ancora più delicata: la concentrazione della ricchezza.

Quando troppa ricchezza si accumula nelle mani di pochi, cambia il modo in cui la società funziona. Le decisioni si allontanano dalle persone. I bisogni diventano costi. I cittadini rischiano di essere visti non più come protagonisti, ma come utenti, o peggio come problemi da gestire, perché richiedono servizi come scuola e sanità.

È una visione pessimista, certo. Ma guardarsi intorno basta a capire che non è del tutto infondata.

In tutto questo, continuiamo a ripeterci che siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Ma il lavoro, oggi, è spesso la parte più debole del sistema. Non è al centro: è comprimibile, sostituibile, negoziabile al ribasso.

È una contraddizione. E non è una questione di destra o di sinistra. Ha sempre meno senso definirsi liberali, perché è anacronistico e quanto di più lontano ci sia dalla realtà.

Dovremmo chiederci, semmai, che valore diamo al lavoro e alla dignità. Quanto sono davvero liberi i mercati? Qual è il ruolo che vogliamo assegnare alla Stato? Dovrebbe essere equo ma rigoroso? Definire poche regole ma chiare? E siamo sicuri che quelle poche regole verrebbero rispettate? Perché a me sembra che tutti chiedano a gran voce continui interventi dello Stato, a varo titolo, secondo le proprie convenienze.

È un circolo vizioso e non ne usciamo. Di sicuro c’è una dimensione sociale, che riguarda le persone e le comunità, che preoccupa. Il lavoro sta effettivamente diventano solo una variabile produttiva e quindi di costo per l’impresa, che viene trattata come asset. La responsabilità sociale delle imprese e dell’imprenditore, in senso ampio, non interessa a nessuno, è un non-argomento.

Finanza, macchine e AI. Tempo qualche decennio, il lavoratore come lo intendiamo oggi sarà una presenza rara e finanche folkloristica, se non addirittura un artefatto simbolico. Ed è forte il sospetto che la società non si stia preparando a tutto questo.

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