C’è un equivoco che attraversa il dibattito pubblico italiano da decenni: l’idea che la sinistra italiana sia stata dal Dopoguerra soprattutto parte politica all’opposizione.
A parte che ha sempre governato a livello locale, la sinistra è stata centrale nella vita politica, nell’informazione e nella cultura italiane, anche durante la lunga vita della cosiddetta Prima Repubblica, quando non ha mai preso parte a una compagine di Governo (a parte il primo De Gasperi, di unità nazionale).
Cosa più importante: la sinistra è stata ed è tuttora soprattutto una infrastruttura di potere, onnipresente, diffusa e ramificata.
Per un breve excursus storico si rimanda alla nota a piè di pagina¹.
Nella Seconda Repubblica la sinistra consolida il suo radicamento:
- nella magistratura, dove una parte significativa si riconosce in quella cultura;
- nel sindacato, storicamente allineato su posizioni di sinistra;
- nel mondo delle cooperative, che diventa anche sistema economico;
- nella pubblica amministrazione, nei servizi sociali, nella scuola;
- nella cultura, nello spettacolo, nell’università.
La sinistra era già presente ovunque, ma la caduta del Muro di Berlino segna simbolicamente la fine della geopolitica postbellica basata sul dualismo degli schieramenti intorno a USA e ormai ex URSS. Da questo momento in poi la sinistra italiana è sdoganata ed entra in collisione con la visione neo moderata della nascente Forza Italia. Negli stessi anni anche la destra italiana viene sdoganata grazie alla leadership di Fini e, indirettamente, dallo stesso Berlusconi: emerge quindi una rinnovata contrapposizione che giustifica e rafforza le motivazioni alla base di quel radicamento, già così presente nella società civile e nella cultura del Paese.
Non è egemonia totale, ma è una presenza sistemica. Ed è un sistema che una gran parte del Paese non percepisce come potere. Anche perché continua a raccontarsi come coscienza critica del potere. Pure, certamente, sul mito di una stagione sognante quale fu il Sessantotto.
Ma le cose stanno diversamente.
Siamo nel 2005, Unipol sta tentando la scalata a BNL, un’operazione oggetto di un’inchiesta giudiziaria che i giornali all’epoca definirono “Bancopoli”. Il Giornale pubblica un stralcio di intercettazione telefonica tra l’allora segretario dei DS Piero Fassino e il presidente di Unipol Giovanni Consorte. Secondo le trascrizioni la frase esatta attribuita a Fassino è la seguente (domanda):
«E allora siamo padroni di una banca?»
La frase diventa simbolo dell’intreccio tra politica di sinistra e finanza.
E dunque: sistema di potere che però si racconta come coscienza critica del potere. Da questa ambiguità derivano, o comunque traggono linfa, alcune conseguenze. Ne accenno quattro.
La prima è narrativa: la sinistra si attribuisce una superiorità morale che non deriva dall’azione presente, ma da un’eredità storica. La Resistenza diventa fondamento permanente di legittimità. Non solo memoria, ma identità politica attiva.
La seconda è pratica: il rapporto con lo Stato. In molti casi, l’intervento pubblico diventa gestione di consenso. Non sempre per disegno consapevole, ma per sedimentazione. Servizi, sussidi, protezione sociale si trasformano, nel tempo, anche in strumenti di fidelizzazione. Non è un’esclusiva della sinistra. Ma in Italia assume una forma patologica e ricorrente.
La terza è culturale: il linguaggio. Chi è fuori da questo perimetro viene spesso rappresentato non come avversario, ma come politicamente disadattato e impresentabile. Rozzo, pericoloso, inferiore. Il conflitto politico si trasforma in giudizio etico e morale.
Qui emerge un’ulteriore contraddizione, la quarta: il garantismo diventa selettivo. Ampio e comprensivo all’interno del proprio universo simbolico, molto più rigido verso ciò che è percepito come esterno. La giustizia smette di essere solo un principio e diventa anche uno strumento di delegittimazione. E il rapporto privilegiato con la magistratura aiuta.
Intanto nei territori si accumulano fratture che questo sistema fatica a leggere. Zone dove lo Stato è debole o assente. Devianze giovanili affrontate quasi esclusivamente come problema sociale e raramente come responsabilità individuale. Aree di marginalità dove l’intervento pubblico non produce emancipazione, ma dipendenza. Finanche la nuova geopolitica raccontata con una retorica a metà tra il moralismo ipocrita di chi tiene le terga nel burro e la spocchia esibita di una maestrina di paese.
Non è solo “buonismo”. È un modello che non riesce più a correggere se stesso. Si crogiola in fantomatiche soluzioni che invero non hanno mai prodotto alcun risultato. E il paradosso è che continua a raccontarsi come alternativa.
Ma alternativa a cosa? Negli ultimi trent’anni destra e sinistra si sono alternate al governo, a volte persino insieme per sostenere governi cosiddetti tecnici o di unità nazionale. Sembra invece che le responsabilità siano sempre degli altri.
La sinistra italiana ha costruito, nel tempo, una rete di potere profonda, estesa, spesso efficiente. Ha formato classi dirigenti, amministratori, manager. Ha inciso davvero nella società. Ma continua a parlare come se fosse minoranza resistente.
Questa distanza tra realtà e narrazione è croce e delizia della sinistra. Da una parte costituisce la sua forza e interpreta alla perfezione il suo essere Establishment; dall’altra rappresenta il suo limite e la rende eternamente perdente e incapace di incidere realmente sui problemi.
Di fatto la sinistra non solo ha smarrito la sua tradizione riformatrice, ma ha perso l’attitudine al pragmatismo, che ha sempre rappresentato un tratto trasversale nella società italiana.
Eppure, ha occupato e occupa le istituzioni, in lungo e in largo. Basti pensare che la destra non ha mai espresso un Presidente della Repubblica².
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NOTE
(1) Il Novecento italiano si chiude con una frattura originaria: il fascismo, la guerra, la sconfitta. E poi la Resistenza. I partigiani, il sacrificio, la ricostruzione morale prima ancora che materiale. È lì che si forma un capitale simbolico enorme, destinato a durare a lungo. Quel capitale non resta neutro. Si lega in modo stabile al mondo della sinistra. Nel dopoguerra nasce una peculiarità tutta italiana: un grande partito comunista, radicato, organizzato, ma escluso dal governo nazionale per ragioni geopolitiche. Non governa lo Stato, ma governa pezzi di Paese. Regioni, comuni, territori. Cultura, associazionismo, scuola, sindacati. È un potere senza Palazzo, ma non senza struttura. Si può dire, anzi, che di Palazzi ne conosca e ne abbia molti. Nel frattempo, il mondo si divide in due blocchi che non si sono affrontati direttamente nella guerra appena conclusa: quello occidentale e quello sovietico. L’Italia è una frontiera. E resta tale per tutta la Prima Repubblica. La caduta del Muro di Berlino non chiude solo un’epoca internazionale, disarticola anche l’equilibrio interno italiano. Le stragi di mafia non si fermano: il momento più drammatico è rappresentato dalla morte di Falcone e Borsellino. Tangentopoli spazza via i partiti che avevano governato, ma non tutti allo stesso modo. Il risultato è un vuoto parziale. E i vuoti, in politica, non restano mai tali. Da quel momento in poi, la sinistra italiana – trasformata, frammentata, riorganizzata – non perde il suo radicamento. Anzi, lo consolida dentro e fuori dalla politica in senso stretto. Il resto è storia recente.
(2) Dopo De Nicola, eletto dall’Assemblea Costituente capo provvisorio dello Stato al primo scrutinio, Einaudi, liberale e liberista (dopo l’8 settembre si rifugiò in Svizzera, tanto andava d’accordo con i fascisti); Gronchi era stato fondatore prima del PPI e poi della DC; Antonio Segni era democristiano (DC), Saragat era socialdemocratico (PSDI), Leone democristiano (DC), Pertini, partigiano e socialista; Cossiga, forse il più a destra di tutti negli ultimi cinquant’anni, democristiano; poi Scalfaro (DC, più vicino al centrosinistra), Ciampi (Bankitalia, più vicino al centrosinistra), Napolitano (PD, ex PCI), Mattarella (ex DC, poi PD).