Riposare aiuta a lavorare meglio. È una di quelle affermazioni che sembrano banali e, forse, proprio per questo vengono ignorate.
Nella pratica, lavoratori e datori di lavoro continuano a misurarsi su un terreno comune: chi riposa meno, chi è sempre disponibile, chi dimostra di “tenere botta”.
Il risultato non è una maggiore qualità del lavoro, ma una stanchezza diffusa, difficile da riconoscere e, talvolta, persino da accettare. Una fatica che non riguarda solo il corpo, ma il modo in cui pensiamo, ci relazioniamo, prendiamo decisioni.
Queste considerazioni non nascono da una visione romantica o morale del lavoro. Trovano invece riscontro in un ampio corpus di studi sul sonno, sull’attenzione e sulle funzioni cognitive, che da anni mettono in relazione il riposo con la qualità della vita e della prestazione mentale. Se ti interessa, in fondo ho aggiunto un elenco di fonti da consultare.
Il cattivo riposo non ha effetti soltanto sulla produttività. Incide sulla vita sociale, sulle relazioni, sulla capacità di stare con gli altri senza portarsi addosso un rumore di fondo fatto di problemi irrisolti e pensieri ricorrenti.
Spesso lo si accetta come un prezzo inevitabile, come se fosse parte integrante della vita adulta.
Eppure il riposo non è solo sonno. È anche staccare, interrompere, creare una discontinuità. Liberare la testa dagli stessi problemi, concedersi tempo non finalizzato, cambiare ritmo o semplicemente rallentare. Non come premio, ma come condizione.
Dal punto di vista fisiologico e cognitivo, il sonno non è una pausa passiva. Durante il riposo notturno avvengono processi fondamentali per la regolazione emotiva, il consolidamento della memoria, l’attenzione e le funzioni decisionali. La privazione di sonno è associata a una riduzione della capacità di concentrazione, a una maggiore reattività emotiva, all’aumento degli errori e a un peggioramento della qualità del giudizio. Non si tratta quindi solo di “sentirsi stanchi”, ma di lavorare con strumenti cognitivi degradati.
Il problema è culturale e, allo stesso tempo, radicato nelle consuetudini e incorporato nelle scelte quotidiane. L’abitudine a restare sempre connessi, a dormire con lo smartphone sul comodino, a non concedersi mai una vera assenza, ha conseguenze dirette sulla qualità del sonno e, più in generale, sulla qualità dell’attenzione.
Il prof. Liborio Parrino, neurologo ed esperto di medicina del sonno, insiste da anni su un punto semplice: le notifiche, l’ansia da reperibilità e la frammentazione notturna del sonno non sono dettagli trascurabili. Anche brevi interruzioni, apparentemente innocue, possono spezzare i cicli di riposo e lasciare una sensazione di stanchezza che si trascina per giorni.
Chi fosse curioso può trovare qui un breve estratto di una lunga conversazione sul tema.
Il riposo, quando c’è, non serve solo a “recuperare energie”. Serve anche a riaprire il campo mentale. A tornare su un problema con uno sguardo meno contratto. A fare spazio a connessioni che, sotto pressione continua, non emergono.
L’idea che il lavoro debba occupare ogni interstizio del tempo è relativamente recente, ma è stata interiorizzata in modo profondo. Si fatica a chiudere, a dire “basta per oggi”, come se fermarsi fosse una colpa o una mancanza di serietà. Eppure darsi un limite non è rinunciare: è imparare a gestire meglio il tempo e l’attenzione.
Non è sempre stato così. Nella cultura greca l’ozio (scholé, da cui deriva scuola, per indicare il tempo libero di qualità) non era inerzia, ma tempo liberato per il pensiero, la cura di sé, la vita pubblica. Un tempo non subordinato all’utile immediato. Oggi l’ozio è tornato a essere un privilegio: lo pratica chi può permettersi di disporre del proprio tempo e, spesso, di trarne ulteriore vantaggio. Eppure, ciò che un tempo era considerato condizione per una vita piena, oggi viene vissuto come una colpa o una perdita.
Nota. L’idea del lavoro come occupazione continua del tempo individuale si afferma con la modernità industriale e trova una legittimazione morale nell’etica del lavoro analizzata da Max Weber. La sua estensione agli interstizi della vita quotidiana è un fenomeno ulteriormente amplificato dalle tecnologie digitali e dalla reperibilità permanente.
Negli ultimi anni, soprattutto dopo il periodo pandemico, questi temi sono emersi con maggiore evidenza. Fenomeni come la cosiddetta Great Resignation o la crescente attenzione al benessere e alla flessibilità non nascono dal nulla: portano in superficie un disagio che esisteva da tempo, legato a ritmi di lavoro incompatibili con i tempi biologici e mentali delle persone.
Lo stesso vale per le ferie, per le pause più lunghe, per le interruzioni vere. Una settimana spesso non basta a smaltire mesi di continuità forzata. Non perché si “riposi poco”, ma perché serve tempo per tornare davvero vacui, liberi, sgombri.
Non a caso vacanza deriva dal latino vacare: essere vuoto, libero, senza occupazioni.
Una parola che oggi suona quasi sospetta, come se il vuoto fosse qualcosa da riempire in fretta.
Si parla molto di produttività, ma raramente di qualità. E la qualità non nasce sotto pressione costante. Tutti abbiamo sperimentato cosa significhi portarsi il lavoro a casa, perderci il sonno o ritrovarlo nei sogni. Attention please: non è dedizione… è usura!
Forse il punto non è imparare nuove tecniche di gestione del tempo, ma reimparare a riposare, come parte integrante della vita mentale. Perché l’obiettivo non è lavorare di più, ma lavorare e vivere con maggiore lucidità.
Scienza a parte, e volendo restare sul pragmatico, vedere nel riposo una fuga dal lavoro è fuorviante. Il riposo è più qualcosa che permette di tenere insieme la qualità del lavoro e la qualità della vita. Tutto sommato, un buon compromesso.
Nota sulle fonti
Su questi temi esiste una letteratura scientifica ampia e consolidata. Per chi volesse approfondire:
- studi e linee guida dell’American Academy of Sleep Medicine e del National Institutes of Health sul rapporto tra sonno, attenzione e funzioni cognitive;
- ricerche pubblicate su riviste come Nature Neuroscience e The Lancet sugli effetti della deprivazione di sonno su decision-making e salute;
- materiali divulgativi di istituzioni come Harvard Medical School e Stanford Sleep Medicine;
- Max Weber: https://it.wikipedia.org/wiki/Max_Weber
- Great Resignation: https://en.wikipedia.org/wiki/Great_Resignation
- Prof. Liborio Parrino: https://personale.unipr.it/it/ugovdocenti/person/19339