Nostalgia della verità svelata

Tempi Moderni

Pensiero e realtà contemporanea

Usa, 1987. Un senzatetto viene accusato di avere ucciso una donna. Viene arrestato, inizia il processo. Tutto sembra condurre alla sua colpevolezza. L’avvocato di ufficio è in difficoltà: la storia personale di quell’uomo ha eretto una barriera che non è solo linguistica. Un giurato ha un’intuizione e, contro le regole, aiuta la difesa. Come in un thriller, la storia corre fino ai piedi dell’abisso e, a un attimo dalla fine, l’inganno viene svelato: l’uomo è innocente, è stato il giudice. Una storia avvincente e intricata di potere, corruzione e omicidi. Eppure, 121 minuti dopo, eccola lì, nuda: la verità.

Lineare, semplice, definitiva e soprattutto unica. E nella sua integrità è perfetta.

Una sola verità – «per lo Zio» – avrebbe detto un tale che conosco, bestemmiatore di moderata fama, che contiene gli impulsi rifugiandosi nelle pieghe delle assonanze. Dal quale prendo ogni possibile distanza, sia chiaro, semantica e amartiologica.

E il fatto che io abbia citato la sua meta-bestemmia per futili motivi, che allo stesso tempo lo condanni e lo rinneghi, non dimostra nulla. Se non, forse, che quel che resta è un miraggio ingannevole.

Ma la verità del film, invece, era una gran bella verità: se ne stava nascosta da qualche parte, in attesa di essere liberata dalle apparenze, illuminata, individuata con precisione e quindi ben distinta dalla versione sbagliata dei fatti. Una meraviglia!

La verità cinematografica è altra cosa, direte, una categoria a parte.
E sono passati quarant’anni! Come negarlo?
La realtà contemporanea, a confronto, è un trasformista con la laurea in filosofia e un master in psicologia delle masse.

Torino, 2026. Un uomo di quarantadue anni tocca il seno di una ragazzina di tredici. Questa volta non è un film.
L’uomo viene arrestato per violenza sessuale sulla tredicenne.
Le telecamere mostrano che poco prima aveva avuto un comportamento analogo con un’altra donna.
Il giudice riconosce gravi indizi e il rischio di reiterazione.
Dopo due notti in carcere, lo stesso giudice dispone una misura cautelare diversa dalla detenzione.

A questo punto possiamo cominciare a costruire storie molto diverse senza aver ancora pronunciato una sola frase necessariamente falsa.
Possiamo raccontare di una bambina abusata e di un uomo rimesso immediatamente in libertà.
Possiamo raccontare di un palpeggiamento, grave e penalmente rilevante, trasformato nel dibattito pubblico in qualcosa che evoca uno stupro.
Possiamo raccontare di un bengalese privo del documento d’identità al momento dell’identificazione da parte degli agenti, o del minimarket delle violenze chiuso dalla polizia amministrativa per accertamenti su presunte irregolarità.
Possiamo raccontare dell’ennesima violenza su una donna e dell’inaccettabile danno psicologico arrecato alla giovanissima vittima.
Possiamo raccontare di un giudice troppo indulgente.
Oppure di un giudice che applica il principio per cui il carcere cautelare non è una pena anticipata.
Possiamo raccontare il rischio rappresentato da un uomo che compie due aggressioni sessuali in pochi minuti.
Oppure l’incensurato che ammette il fatto, collabora, mostra resipiscenza e viene sottoposto a una misura che il giudice ritiene idonea.

Sono tutte cose vere.

Poi arrivano i titoli, i commentatori, i politici, i social.
Arriviamo tutti noi, me compreso.
E ciascuno prende alcuni di quei fatti, li avvicina mentre ne allontana altri. Cambia una parola, aggiunge un aggettivo, sceglie un’immagine.

Violenza sessuale. Fugace palpeggiamento. Bambina di tredici anni. Incensurato. Predatore. Due episodi in quaranta minuti.

Sono parole che possono descrivere la stessa vicenda e condurci verso conclusioni quasi opposte.
Non serve neppure mentire, basta selezionare.
Siamo abituati a pensare alla verità come nel vecchio film: da una parte c’è ciò che è accaduto, dall’altra una versione falsa che dobbiamo smontare.
Ma qui non abbiamo una bugia.

Pezzi da scegliere e ordinare, incollare, rifinire.
Se cambi l’ordine cambia tutto.
Se cambi selezione cambia tutto.
Se cambi presentazione cambia tutto.

Per non parlare della prospettiva che è figlia del sentimento prevalente, della morale pubblica, del ruolo, della competenza, della pancia.
La prospettiva ha innumerevoli genitori, ciascuno convinto di essere il solo legittimato.

Prendiamo il GIP che ha emesso l’ordinanza tanto discussa con cui il quarantaduenne, dopo due giorni di carcere, è stato scarcerato, ciò malgrado la richiesta di convalida della misura da parte della Procura, che ricorrerà in Appello.
Nel mentre il Ministro Nordio ha mandato gli ispettori.

La stampa è quasi interamente schierata contro il giudice, reo di avere rimesso in libertà un violentatore, uno che ha molestato due donne in 40 minuti.
La politica attacca parte della magistratura, sostenendo che, con tali incomprensibili e ideologici provvedimenti, essa vanifichi gli sforzi che il legislatore profonde insieme alle forze dell’ordine.
Quello che scrive la gente sui social si può facilmente immaginare.

Poi però leggiamo stralci dell’ordinanza ed emergono dettagli non da poco: il GIP riconosce gravi indizi e rischio di reiterazione, ma ritiene sufficiente una misura diversa dal carcere¹.

Il GIP non assolve l’uomo, non stabilisce che il fatto sia lieve, non dice che la vittima abbia esagerato.
Decide soltanto che, prima del processo, il carcere non sia necessario.
Ed è un’altra verità, diversa e non semplicemente opposta.

Qualcuno lo aveva spiegato anche prima che venissero pubblicati più dettagli dell’ordinanza²: una misura cautelare non è una pena, il carcere non dovrebbe essere automatico e la gravità di un’accusa non coincide per forza con la necessità di tenere una persona detenuta durante le indagini.

Era una verità meno interessante.
Non aveva il focus sul dolore arrecato alla vittima, su un mostro da odiare o su un giudice da mettere sul banco degli imputati.
Non produceva indignazione.

Sia chiaro: “violenza sessuale” è una definizione giuridicamente corretta.
L’art. 609-bis ricomprende anche atti sessuali diversi dalla penetrazione. Ma nel linguaggio comune “violentata” viene quasi inevitabilmente interpretato come stupro.
Qui non nasce un equivoco, eppure la verità diventa fluida, nel senso che può essere raccontata in vari modi.

Quel palpeggiamento si può qualificare come violenza sessuale e, allo stesso tempo, esistono violenze sessuali di gravità diversa, di gravità maggiore di un palpeggiamento, che resta comunque un  fatto grave.
Ma un fatto grave può non richiedere il carcere cautelare.
Così come un uomo può essere considerato pericoloso e, tuttavia, sottoposto a una misura diversa dalla detenzione.
Soprattutto: una vittima può essere profondamente turbata anche da un atto che, nella scala dei comportamenti sessuali violenti, non occupa il gradino più alto.

Le immagini, il tono, le allusioni, i titoli, la selezione di ciò che viene raccontato e di ciò che viene omesso costruiscono una rappresentazione. Quella rappresentazione produce un’emozione. L’emozione produce un giudizio. Il giudizio diventa identità: da una parte o dall’altra della barricata.
A quel punto il fatto originario è già lontano.

Dov’è la verità?
La cerchiamo nelle pieghe di una domanda, una qualsiasi.
Quel giudice, fosse stato il papà della ragazzina, cosa avrebbe pensato?
E io? Cosa gli avrei fatto, d’istinto, se avesse toccato la mia bambina?
Perché l’informazione e la politica parlano di violenza sessuale e non di un palpeggiamento?
Derubricare il palpeggiamento a molestia di serie b può servire ad accettare un provvedimento ingiusto?
Ingiusto secondo quale principio o tribunale, quello del Popolo, dei Social e della Pancia?
Se ciascuno conoscesse i dettagli della molestia, ciò cambierebbe il suo sentire in merito alla decisione del GIP di applicare in questa fase una misura diversa dal carcere?
Quale ruolo gioca l’indignazione nella costruzione di un convincimento?
Che differenza c’è tra narrazione, convincimento e verità?

I fatti perdono consistenza quando vengono compressi in parole che suscitano emozioni, provocano reazioni, fabbricano opinioni.

E allora riformulo la domanda, in maniera più precisa questa volta:
dov’è la verità, quando nessuno sta necessariamente mentendo?

Il titolo del film era Suspect – Presunto colpevole.

Da qualche parte esisteva una verità. Qualcuno l’aveva nascosta, qualcuno la confondeva con una menzogna, qualcuno avrebbe dovuto cercarla. Ma c’era. Aspettava soltanto di essere trovata.

Oggi non sono più sicuro nemmeno di questo.

Non perché non esistano i fatti. I fatti esistono. È ciò che facciamo immediatamente dopo a renderli quasi irraggiungibili: li nominiamo, li selezioniamo, li ordiniamo, li interpretiamo, li trasformiamo in storie, li carichiamo di significato. E ogni storia comincia già a costruire la propria verità.

Forse è per questo che ogni tanto penso con malinconia a quelle vecchie trame.
Ho perso la verità, non so se perché sia morta o scomparsa; o se abbia disimparato a cercarla.
In compenso, ho fatto la scoperta del secolo:
la nostalgia è solo un vecchio VHS.

 

Immagine creata con AI.

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NOTE

(1) Il GIP scrive che c’è un «quadro gravemente indiziario a carico dell’indagato, avendo lo stesso, in modo repentino e improvviso, cercato un approccio con la persona offesa abbracciandola più volte e toccandole il seno, approfittando della minore età della ragazza di cui era consapevole».
E che l’indagato «pochi minuti prima aveva attuato un comportamento del medesimo tenore ai danni di un’altra donna, circostanza che evidenzia la difficoltà dell’indagato a contenere i suoi impulsi».
Aggiunge: «non pare sussistano elementi specifici e concreti che inducano a ritenere sussistente il fondato pericolo di fuga dell’indagato».
E ancora: «Si ritengono sussistenti nel caso di specie le esigenze cautelari e precisamente un concreto e attuale pericolo di commissioni di reati della stessa specie di quello per cui si procede, in ragione delle modalità di condotta, attuata ai danni di una ragazza di minore età e considerato altresì che pochi minuti prima aveva attuato un comportamento del medesimo tenore ai danni di un’altra donna che seppur di gravità contenuta evidenzia la difficoltà dell’indagato a contenere i suoi impulsi».
Infine: «Quanto alla scelta della misura si osserva che, a fronte dell’incensuratezza dell’indagato, del comportamento collaborativo tenuto nell’immediatezza dei fatti (essendosi lo stesso attivato per recuperare le credenziali per visionare le telecamere interne del locale), dell’effetto deterrente cagionato dal trauma dell’arresto e dalla prima esperienza detentiva e della resipiscenza dimostrata nel corso dell’interrogatorio di garanzia, le esigenze cautelari descritte possono essere fronteggiate con la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, atta a imporre un contatto diretto e persistente con le istituzioni, suscettibile di sensibilizzare l’indagato in merito alle violazioni delle norme commesse».
Fonte: Adnkronos.com, https://www.adnkronos.com/cronaca/torino-13-violenza-supermarket-bengalese-scarcerato_1lQnMjxeXEDCoCocX6KhQw?refresh_ce

(2) Carmen Giuffrida, post del 2 settembre 2026 da leggere integralmente sul profilo Facebook https://www.facebook.com/carmen.giuffrida.9

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