Nel 1966 Irv Gordon comprò una Volvo P1800 rossa. Una coupé elegante, semplice, nemmeno particolarmente esotica. Costava 4.150 dollari, che allora non erano pochi, ma non era una Ferrari né un’automobile costruita per battere record.
Gordon era un insegnante di scienze. Viveva a Long Island, faceva molti chilometri e amava guidare, direi parecchio: nel primo fine settimana percorse già circa 2.400 chilometri con la sua nuova vettura. Poi continuò e continuò. Non si fermò più.
Quando morì, nel 2018, quella Volvo aveva percorso 3.260.257 miglia: circa 5,25 milioni di chilometri. Ancora oggi detiene il Guinness per la maggiore percorrenza documentata da un unico proprietario con la stessa automobile.
Naturalmente, in cinquantadue anni il cofano della Volvo fu aperto, il motore originale fu rifatto due volte, la macchina ricevette manutenzione metodica dallo stesso proprietario, qualche componente nuovo ma nulla di più.
Perché anche quella fantastica Volvo non era eterna in tutte le sue parti, ma era fatta per durare. Una distinzione apparentemente banale, che sessant’anni dopo potrebbe richiedere un corso universitario in ingegneria, economia circolare e marketing.
Oggi l’esemplare appartiene a Volvo. È diventato un pezzo della collezione storica della Casa e ogni tanto viene ancora guidato¹.
A questo punto una persona più dotta di me farebbe una riflessione seria sull’evoluzione dell’automobile, sull’affidabilità, sulla riparabilità, sull’elettronica, sull’obsolescenza e sul rapporto fra progresso reale e progresso percepito.
Ma io non sono dotto e chi legge è salvo.
Però racconto una barzelletta.
C’erano una volta una Volvo P1800 del 1966, una Peugeot 208 1.2 PureTech, una Dongfeng BOX e un SUV-coupé da due tonnellate con diciassette menu nel touchscreen per accendere il riscaldamento.
Fine.
Fa ridere già così.
Basta l’incipit.
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NOTE:
(1) https://www.volvocars.com/au/news/electrification/2023-october-one-careful-owner/