La triade che è totem

Cartografie

Mi è capitato di imbattermi in un breve video pubblicato dalla CGIL con un intervento di Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’ANPI. Il messaggio era semplice, accompagnato da tre parole scritte con l’iniziale maiuscola:

Giustizia, Costituzione, Democrazia.

Il senso esplicito era chiaro: queste cose non si difendono “fino a un certo punto”, ma fino in fondo. E per questo bisogna votare No al referendum¹.

Ma prima ancora del contenuto politico, mi ha colpito il meccanismo simbolico.
O meglio: il piano simbolico del linguaggio pubblico.

È un tipo di osservazione che mi interessa molto: guardare alla politica non solo per ciò che afferma, ma per le strutture simboliche che usa per orientare il dibattito.
Le immagini, le metafore e i simboli attraverso cui costruisce il consenso.

Quelle tre parole, scritte così, funzionano come una triade sacra.

Non sono presentate come concetti da discutere, né come istituzioni concrete che possono funzionare bene o male, migliorare o peggiorare. Sono evocate come entità superiori, dotate di un valore assoluto, davanti alle quali la discussione sembra quasi impropria.

In quel momento ho avuto una sensazione precisa: non erano parole politiche.

Erano totem.

Il totem

In antropologia, un totem è un’entità naturale o soprannaturale che possiede un forte valore simbolico e con cui una comunità si identifica. Non è semplicemente qualcosa che si rispetta: è qualcosa che non si mette in discussione.

Il totem non si argomenta.
Il totem si difende.

E soprattutto: chi lo mette in discussione diventa automaticamente sospetto.

Quando un concetto diventa un totem, smette di essere uno strumento e diventa un oggetto di fede.

La formula liturgica

Nelle tradizioni religiose esistono formule liturgiche: sequenze di parole ripetute che non servono a spiegare qualcosa, ma a richiamare un significato condiviso e a rafforzare il senso di appartenenza della comunità. Chi le pronuncia e chi le ascolta sa già cosa significano.

Anche la politica, da sempre, usa formule di questo tipo. Alcune sono entrate nella storia: “Liberté, Égalité, Fraternité”, oppure triadi come “Dio, Patria, Famiglia” o “Dio, Onore, Patria”. Non sono argomenti. Sono richiami simbolici. Servono a evocare valori considerati fondamentali e a far riconoscere immediatamente chi sta dentro quel perimetro.

In questo senso, anche la sequenza Giustizia, Costituzione, Democrazia funziona come una formula liturgica. Non dimostra una tesi e non spiega una posizione: evoca un campo simbolico nel quale ci si deve riconoscere.

Chi ascolta è invitato a schierarsi non tanto su un argomento, ma su un’appartenenza.

La triade civica nel simbolo per il No

Non è solo un’impressione. Anche il simbolo della campagna per il No utilizza esattamente questa struttura: la parola “Difendere” e, subito sotto, la triade “Giustizia, Costituzione e Democrazia”.

Campagna referendaria simbolo del No

È una sequenza che funziona come una formula liturgica civile: richiama valori simbolici condivisi e li lega a un imperativo morale e politico.

Questa triade funziona come una triade civica, non religiosa. Ma utilizza lo stesso meccanismo simbolico della religione.

Infatti non richiama Dio, ma i valori fondativi dello Stato.

È una liturgia laica-repubblicana.

Per una parte dell’elettorato di sinistra questa grammatica simbolica è molto potente, perché il riferimento identitario non è la religione ma la Repubblica e la Costituzione.

È quasi una versione civile di “Dio, Patria, Famiglia”, ma adattata alla cultura politica progressista.

La scelta del verbo difendere non è casuale.
Avrebbero potuto dire migliorare, discutere, riformare: e invece hanno scritto Difendere, con la maiuscola.

Il verbo crea uno scenario implicito di minaccia: qualcosa di fondamentale è sotto attacco e dobbiamo difenderlo.

Questo è un meccanismo retorico molto usato nelle campagne politiche perché attiva immediatamente il senso di urgenza.

La grafica non è una scelta neutra.
Nel simbolo infatti si legge, tutto in maiuscolo:

GIUSTIZIA, COSTITUZIONE E DEMOCRAZIA

Nella comunicazione simbolica le maiuscole integrali hanno tre effetti:

  1. Trasformano i concetti in nomi propri:
    giustizia, costituzione, democrazia sono concetti politici.
    Ma se scriviamo:
    Giustizia, Costituzione, Democrazia diventano entità.
    È un po’ come se dicessimo Patria, Nazione, Popolo.
    Può essere visto come un processo di sacralizzazione simbolica.
  2. Spostano il discorso dal piano tecnico al piano morale:
    se parli di giustizia allora puoi discutere come funzione, come va riformata, cosa non va.
    Ma se parli di Giustizia fai un salto quantico vero il mondo delle istituzioni, fatto di valori assoluti.
    Ed è esattamente il terreno su cui funzionano i totem.
  3. Rendono la triade un blocco simbolico:
    il fatto che siano tre parole, tutte in maiuscolo, messe in fila le trasforma in una formula identitaria.
    Il lettore non legge le tre parole separatamente, ma percepisce il tutto come un’unica entità simbolica.

La trasformazione dei concetti

Naturalmente giustizia, costituzione e democrazia sono concetti fondamentali.

Sono concetti politici, cioè realtà che esistono dentro istituzioni concrete, sistemi normativi, meccanismi organizzativi. E proprio perché sono così importanti devono essere continuamente discusse, corrette, aggiornate.

La Costituzione italiana, ad esempio, non è una tavola scolpita nella pietra.
Dal 1947 a oggi è stata modificata decine di volte attraverso leggi costituzionali.

Non perché qualcuno volesse distruggerla, ma perché cambiano il mondo, la tecnologia, l’economia, le persone. Le comunità si trasformano e cambiano anche le esigenze dei cittadini.

Le istituzioni devono adattarsi.

Se un sistema produce consociativismo, clientelismo o concentrazioni di potere, intervenire su quel sistema può essere esattamente un modo per difendere meglio la giustizia e la democrazia, non per attaccarle.

Dai totem agli spauracchi

Il problema dei totem è che quasi sempre producono anche il loro opposto: gli spauracchi.

Se da una parte si erigono simboli sacri, dall’altra si costruiscono minacce altrettanto simboliche.

Chi propone una riforma non è più qualcuno che ha un’idea diversa su come far funzionare meglio un’istituzione. Diventa qualcuno che attenta alla Giustizia, alla Costituzione, alla Democrazia.

Il dibattito politico smette di essere un confronto tra soluzioni.
Diventa una narrazione morale tra difensori e nemici.

È una dinamica antichissima: appartiene più alla religione e al mito che alla politica.

Difendere i valori

Paradossalmente, trasformare quei concetti in totem rischia di fare proprio ciò che si dice di voler evitare: indebolirli.

Perché ciò che diventa sacro smette di essere analizzato.
E ciò che smette di essere analizzato finisce spesso per cristallizzare i suoi difetti.

La giustizia si difende migliorando i meccanismi che la producono.
La democrazia si difende discutendo le regole che la rendono possibile.
La Costituzione si difende applicandola e, quando necessario, aggiornandola secondo le procedure che essa stessa prevede.

Non c’è nulla di sacrilego in questo.

È semplicemente politica in una società adulta.

 

NOTE

(1) Il testo di accompagnamento, attribuito a Gianfranco Pagliarulo, Presidente nazionale ANPI, è il seguente:
“Giustizia, Costituzione, Democrazia: non si difendono ‘fino a un certo punto’, si difendono sempre fino in fondo. Ecco perché dobbiamo andare a votare tutte e tutti insieme NO al referendum”.

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