La testarda certezza degli incerti: Moravia, il totemismo e lo scandalo identitario

Tempi Moderni

Nel 1964, nelle riprese di “Comizi d’amore”¹, Pier Paolo Pasolini rivolgeva ad Alberto Moravia una domanda che oggi suona quasi profetica: «Tu, Moravia, ti scandalizzi o no?». La risposta dello scrittore non fu solo un atto di distacco intellettuale, ma una vera e propria autopsia del conformismo, inteso non come semplice obbedienza sociale, ma come patologia del pensiero.

Oggi, in un’epoca di polarizzazione estrema, quelle parole ci offrono la chiave per capire perché trasformiamo le leggi in liturgie e le opinioni in dogmi intoccabili.

Lo scandalo come istinto di conservazione

Per Moravia, lo scandalo non è un moto dell’anima nobile. È, al contrario, un riflesso condizionato dell’istinto di conservazione. Chi ha costruito le proprie convinzioni attraverso l’esame razionale e il dubbio possiede una “credenza elastica”: può essere messa alla prova, discussa, persino modificata, senza che l’individuo ne esca distrutto.

Al contrario, chi riceve una credenza passivamente — per tradizione, per pigrizia o per educazione — vive in una condizione di certezza testarda. Poiché quella certezza non è stata “conquistata”, ma solo “subita”, ogni critica esterna viene percepita come un attacco all’identità stessa. Lo scandalo, dunque, è il grido di chi non ha argomenti e teme che il proprio castello di carte crolli al primo soffio di logica.

Il nuovo conformismo: dalle idee ai marcatori identitari

Se ai tempi di Moravia il conformismo era spesso legato al perbenismo borghese, oggi ha cambiato pelle: è diventato identitario.

In sociologia, osserviamo come le convinzioni non servano più a descrivere la realtà, ma a segnalare a quale “tribù” apparteniamo. Le nostre idee sono diventate badge, marcatori che ci definiscono. In questo contesto, cambiare idea non è un segno di intelligenza, ma un tradimento del gruppo.

La credenza non è più uno strumento di conoscenza, ma un pilastro dell’Io.

Se considero una mia idea come uno strumento, posso cambiarla.
L’errore è un dato tecnico, non una sconfitta personale.

Se invece l’idea è “ricevuta passivamente”, essa non serve a guardare fuori, ma a sostenere ciò che ho dentro. Non “ho” un’opinione, ma “sono” quell’opinione. In questo caso, ammettere un errore o accettare un dubbio non è un atto cognitivo, ma un crollo strutturale. Mettere in discussione l’idea significa mettere in discussione il mio diritto di esistere o la mia appartenenza a un gruppo.

E dunque: il dubbio non è più una risorsa, ma una minaccia esistenziale.

È qui che il conformismo descritto da Moravia compie un salto di qualità, diventando squisitamente identitario. Se un tempo ci si scandalizzava per difendere una “morale comune”, oggi lo facciamo per difendere il perimetro della nostra identità.

In un mondo fluido e incerto, le credenze non sono più ipotesi di lavoro, ma marcatori di confine: ci dicono chi siamo e, soprattutto, chi sono i nostri nemici. Lo “scandalo identitario” nasce proprio da questa fusione tra idea e individuo: non ci scandalizziamo perché l’interlocutore ha torto, ma perché la sua divergenza viene percepita come un tentativo di cancellare la nostra immagine riflessa. Lo scandalo diventa così il muro che alziamo per proteggere una certezza che, non essendo mai passata attraverso il dubbio, teme la minima scalfittura.

Il caso del referendum: la Costituzione come totem

Un esempio lampante di questa deriva è rintracciabile nella retorica che ha accompagnato il recente referendum costituzionale. Al di là del merito politico, è interessante osservare il linguaggio sacrale utilizzato da ampie frange della propaganda del “No”.

Abbiamo assistito a una vera e propria liturgia della conservazione:

Sacralizzazione del testo: definire la Costituzione come “la più bella del mondo” sottrae l’oggetto al campo del diritto (dove tutto è perfettibile) per spostarlo nel campo della teologia.

Il totemismo: la Carta non è stata trattata come un insieme di regole per il funzionamento dello Stato, ma come un totem identitario da “difendere” dai profanatori.

L’evasione del dubbio: formule come “i padri costituenti” sono state usate non per storicizzare un processo, ma per evocare un’autorità ancestrale indiscutibile, rendendo di fatto ogni proposta di modifica un atto di “scandalo”.

Quando la politica abbandona il terreno dell’efficacia funzionale per rifugiarsi nel simbolismo identitario, sta esattamente incarnando quella “testarda certezza degli incerti” di cui parlava Moravia.

Il coraggio della ragione elastica

Moravia e Pasolini ci ricordano che la democrazia non si nutre di certezze granitiche, ma di giudizi legittimi. Il giudizio richiede analisi, lo scandalo richiede solo un nemico.

Essere moderni, oggi, significa forse recuperare quell’elasticità della ragione che permette di guardare ai nostri “totem” — siano essi politici, sociali o personali — non come a verità divine da proteggere con lo scandalo, ma come a prodotti umani da interrogare costantemente con il dubbio.

Perché, in fondo, solo ciò che può essere messo in discussione è davvero vivo.

 

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NOTE

(1) «Sono reduce da un mondo di scandalizzati, tu, Moravia, ti scandalizzi o no?»
«No, mai. Assolutamente mai. Potrei dire che mi scandalizza la stupidità, ma poi non è vero neanche. Io penso che bisogna sempre cercare di capire che c’è sempre possibilità concreta di capire le cose, le cose che si capiscono non scandalizzano, tuttalpiù vanno riferite a un giudizio e il giudizio è legittimo, ma non lo scandalo. Lo scandalo come elemento dell’istinto di conservazione.»
«Tu, cosa diresti Moravia, per concludere?»
«Io direi questo: una credenza che sia stata conquistata con l’acume della ragione e con un esatto esame della realtà è abbastanza elastica per non scandalizzarsi mai; se invece è una credenza ricevuta, senza un’analisi seria delle ragioni per cui è stata ricevuta, accettata per tradizione, per pigrizia, per educazione passiva, è un conformismo. Conformismo, insomma, come testarda certezza degli incerti».
(Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini – da “Comizi d’amore” di P.P. Pasolini)

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