I pesci presi con la botta

Tempi Moderni

C’è un modo di pescare che distrugge il mare.
Si chiama pesca con la dinamite.

Si getta un piccolo esplosivo in acqua. La botta stordisce tutto quello che c’è intorno: alcuni pesci muoiono, altri salgono a galla, altri ancora restano feriti e incapaci di reagire. A quel punto basta raccoglierli con la rete. È un sistema efficace, rapido, brutale. Naturalmente è illegale quasi ovunque,  anche in Italia, perché devasta l’ecosistema. Ma quando non si ha rispetto del mare e di ciò che lo abita, la tentazione di usare la botta resta forte.

Da lì nasce anche un modo di dire: “sembri un pesce preso con la botta”.
Si dice di qualcuno che appare stordito, incapace di reagire, quasi intontito.

La metafora funziona sorprendentemente bene per descrivere una parte dell’ecosistema informativo contemporaneo.

Nello spazio pubblico di oggi esiste una vera e propria pesca con la botta comunicativa. Non si tratta di convincere lentamente, di argomentare, di spiegare. Si tratta di produrre shock continui: indignazioni a comando, scandali permanenti, provocazioni studiate per generare rabbia immediata. L’esplosione non è fatta di dinamite, ma di titoli urlati, insinuazioni, frame moralistici, narrazioni semplificate.

Il risultato è simile a quello della pesca illegale: un pubblico stordito.

Non è un fenomeno casuale. Negli ultimi anni diversi studiosi hanno descritto l’emergere di quella che viene chiamata economia dell’indignazione: nell’ecosistema digitale l’attenzione è la risorsa più preziosa e le emozioni negative – rabbia, scandalo, risentimento – sono quelle che si diffondono più rapidamente. Più di un’argomentazione complessa, più di una spiegazione articolata. La dinamica è semplice: ciò che indigna circola, ciò che circola costruisce pubblico, ciò che costruisce pubblico diventa potere mediatico.

Non parliamo di cittadini informati che valutano, confrontano, ragionano. Parliamo di segmenti di pubblico mobilitati attraverso emozioni elementari: frustrazione, risentimento, desiderio di vendetta morale. È un pubblico che non chiede complessità ma colpevoli. Non cerca spiegazioni ma processi pubblici. Non vuole capire ma punire.

Questa dinamica è stata studiata da anni nelle scienze sociali: è la politica dell’indignazione permanente, che prospera dentro un ecosistema mediatico basato sull’attenzione. L’indignazione è la valuta più redditizia, perché mobilita immediatamente e fidelizza il pubblico. Ogni giorno serve una nuova esplosione.

Chi la produce svolge una funzione precisa: attivare la comunità emotiva.
Dire quando indignarsi.
Contro chi indignarsi.
Quando scatenare il branco digitale.

In sociologia della comunicazione questo fenomeno è stato spesso descritto come la formazione di tribù informative: comunità che non si formano attorno alla ricerca della verità, ma attorno alla condivisione delle stesse emozioni politiche. In queste comunità il giornalista o il commentatore non è solo un osservatore, ma diventa una figura di riferimento che rafforza l’identità del gruppo e ne orienta le reazioni.

Dentro questa logica, anche il ruolo del pubblico cambia: non è più un insieme di lettori o elettori, ma una base militante emotiva, pronta a reagire agli stimoli.

Il meccanismo è noto anche nella psicologia politica: si chiama polarizzazione affettiva. Gli avversari non sono più interlocutori ma nemici morali. Non si combattono le idee, si delegittimano le persone. Si ridicolizza, si espone al pubblico ludibrio, si costruisce una narrativa in cui il mondo è diviso in due: i puri e i corrotti.

È il passaggio decisivo della trasformazione dello spazio pubblico: la politica non viene più percepita come conflitto tra interessi o idee, ma come scontro morale tra persone giuste e persone sbagliate. Quando questo accade, il linguaggio inevitabilmente cambia: il dibattito si riduce a denuncia, il confronto a delegittimazione, la critica a derisione sistematica.

È un racconto potente perché offre una gratificazione psicologica immediata.
A chi si sente frustrato, escluso o arrabbiato, promette qualcosa di molto semplice: una vendetta simbolica.

Da qui nasce la figura dell’eroe mediatico. Il giornalista che smaschera, il magistrato che punisce, il moralizzatore che denuncia. Non importa tanto la complessità dei fatti quanto il ruolo narrativo: qualcuno deve incarnare il Bene che colpisce il Male.

Il pubblico che vive dentro questa narrazione finisce per assomigliare ai pesci presi con la botta. Non perché sia stupido, ma perché è stordito da una sequenza continua di esplosioni emotive.

Ogni giorno una nuova.

Uno scandalo.
Un nemico.
Una gogna.

E mentre tutti guardano i pesci che salgono a galla, quasi nessuno si accorge del danno più grande: il mare che si svuota.

Il mare della fiducia pubblica.
Il mare della discussione razionale.
Il mare delle istituzioni.

La pesca con la dinamite è efficiente nel breve periodo.
Ma alla lunga distrugge proprio ciò che rende possibile pescare.

Vale nel mare vero.
E vale anche nello spazio pubblico.

Il problema non riguarda un singolo giornalista o una singola testata. Riguarda un modello di comunicazione che prospera dentro le logiche dei social network e dell’informazione permanente. Un modello che produce consenso rapido ma fragile, mobilitazione emotiva ma scarsa comprensione.

Anche nella propaganda politica, la pesca con la dinamite viene usata perché funziona.
E funzionerà ancora, almeno finché nel mare ci sarà qualcosa da far saltare.

La domanda allora è: come si costruisce una narrazione alternativa, basata su valori e relazioni più forti?

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