Ricordo con precisione un momento della mia vita. Avevo diciannove anni e studiavo statistica. Si parlava di test di ipotesi, quindi di errori e probabilità.
Per chi non mastica di statistica, i test di ipotesi sono un modo per verificare se un’ipotesi è plausibile guardando i dati. Possono essere utili per prendere decisioni.
Siccome i dati non danno mai certezze assolute, resta sempre un certo rischio di sbagliare.
Usando questi metodi, però, abbiamo contezza dei due grandi rischi che stiamo correndo:
- il rischio di rigettare un’ipotesi che invece è vera;
- il rischio di accettare un’ipotesi che invece è falsa.
All’improvviso mi tornò alla mente una lettura fatta qualche mese prima. Avevo acquistato per mille lire un libricino che si intitolava Dei delitti e delle pene, di Cesare Beccaria.
Non avevo alcuna esperienza della giustizia reale, né una particolare competenza giuridica. Ma colsi immediatamente un particolare: in un testo vecchio di oltre duecento anni si parlava di quei due rischi.
Beccaria faceva riferimento alle procedure penali, in particolare alla tortura, che creano il rischio di condannare un innocente o di assolvere un colpevole. Il ragionamento era questo:
- la tortura viene applicata prima che la colpevolezza sia dimostrata;
- un innocente può confessare falsamente per sfuggire al dolore;
- un colpevole particolarmente resistente può sopportare la tortura e apparire innocente.
Per Beccaria, quindi, il sistema giudiziario rischiava due errori distinti:
- condannare un innocente (confessione falsa o prova distorta);
- assolvere un colpevole (resistenza alla tortura o mancanza di prova).
Il ragionamento del marchese — Cesare Beccaria Bonesana era marchese di Gualdrasco e di Villareggio — era solido:
«L’innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare».
Un’osservazione inattaccabile sul piano logico.
Ciò che rende quest’opera moderna è che anticipa un tema che è ovvio per una mente matematica, ma che non necessariamente è intuitivo per tutti: i due rischi di cui parliamo non sono simmetrici.
I due errori — di condannare un innocente e di assolvere un colpevole — sono associati a rischi diversi, che sono sì tra loro connessi, ma in modo non banale. Su un punto di questa relazione tra gli errori, e quindi di relazione tra i due rischi, non ci sono dubbi:
ridurre il rischio di un tipo di errore significa aumentare l’altro.
Se vogliamo ridurre il rischio di condannare un innocente, dobbiamo accettare un rischio maggiore di assolvere un colpevole. Non esiste un sistema che elimini entrambi. La scelta sta nel punto di equilibrio che una società decide di adottare.
Lo aveva capito un cittadino — per quanto esimio giurista, filosofo ed economista — del XVIII secolo. Forse, non a caso, un illuminista, per di più vicino a Pietro Verri (il quale pare abbia avuto più che un’influenza sull’opera).
Lucidissimo anche quando si tratta di stabilire i confini della Giustizia:
«Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti col quale fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente?»
Per grazia ricevuta, non abbiamo in Italia la pena di morte né la tortura, ma c’è la carcerazione preventiva (custodia cautelare in carcere).
Siamo un Paese civile, in cui la limitazione della libertà personale viene trattata con i guanti di velluto.
Generalmente, tale limitazione è giustificata dai pericoli di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione dei comportamenti.
Ciò malgrado, non mancano numerosissimi casi di persone e intere famiglie distrutte da inchieste. Inchieste che si sono poi molto ridimensionate col tempo. E sono quindi tante le assoluzioni di persone che hanno patito il peso della gogna e tutte le conseguenze umane, sociali, economiche che ciò ha comportato. Pure essendo innocenti.
Negli anni, anche osservando la cronaca politica e giudiziaria, ho capito meglio cosa significhi tutto questo nella vita reale.
È anche così che ho maturato una consapevolezza sul tema del giustizialismo e del garantismo.
Il garantista accetta un rischio maggiore di assolvere un colpevole perché non è disposto ad accettare un alto rischio di condannare un innocente.
Non è una posizione dettata da bontà o indulgenza verso il crimine.
È una scelta di civiltà giuridica: la libertà di una persona innocente vale più della punizione di un colpevole.
Sono cresciuto con questo convincimento, e non mi ha mai abbandonato, neppure davanti all’evidenza di criminali che l’hanno fatta franca. La giustizia è difficile e inevitabilmente fallibile. Ma proprio per questo bisogna decidere dove collocare il limite del rischio.
C’è poi un’altra questione che merita attenzione e che forse approfondirò altrove.
Le nostre idee sulla giustizia non nascono solo da principi astratti. Dipendono molto dalle esperienze che abbiamo vissuto o da quelle di persone a noi vicine. A volte da racconti ascoltati in famiglia, da episodi che hanno coinvolto amici o parenti, da vicende in cui è facile immedesimarsi.
Sono meccanismi ben noti anche alla psicologia: esperienze e memorie plasmano i nostri giudizi e le nostre paure.
Chiunque abbia vissuto, anche solo indirettamente, un’esperienza di ingiustizia — una carcerazione ingiusta, una limitazione della libertà, un’accusa rivelatasi infondata — difficilmente guarda alla Giustizia con gli stessi occhi di chi non ha mai attraversato quel tipo di prova.
Ma è vero anche l’opposto.
Chiunque abbia subito un torto grave e non abbia avuto giustizia, ha una ferita che sanguina. E non può fare a meno di pensare che solo il braccio forte della Legge possa riportare ordine e giustizia.
A seconda dell’esperienza vissuta, una persona potrà essere tendenzialmente garantista o giustizialista.
E poi c’è l’aspetto psicologico e sociologico, che corrobora la tesi del male da debellare: cittadini che vivono in aree difficili, dove la criminalità la fa da padrone, senza ascensori sociali, con poche prospettive, spesso frustrati.
Sono quelli che la colpa è sempre degli altri, che i politici rubano e che gli imprenditori hanno scheletri nell’armadio.
Sono quelli che guardano al procuratore di ferro come al salvatore. Un novello crociato incorruttibile e infallibile, perché il sacro spirito della Legge lo ha pervaso. E lui libererà l’Italia dai ladri e dai corrotti.
Ogni arresto è un successo.
Dalla sua bocca gronda saggezza laica e divina.
È il depositario della Verità: chi lo contraddice è in malafede.
È consacrazione, santificazione, venerazione.
Se la legge costituzionale non sarà confermata, l’ultimo atto sarà la canonizzazione.
A me spaventa che un magistrato metta indagati, imputati e condannati nello stesso calderone: è una barbarie concettuale, filosofica, giuridica, umana e persino morale.
Che inizi una conferenza stampa dicendo: “oggi abbiamo arrestato quaranta presunti innocenti“. Prendendosi gioco della vita, forse, anche solo di una di quelle persone: l’unica che si stabilirà, in seguito, essere realmente innocente.
O, ancora, che affermi: “il fatto che siano stati assolti, non significa che fossero innocenti“.
Ci si chiede allora: è giusto limitare la libertà di una persona con tanta leggerezza? Metterla in carcere, travolgere la sua vita e quella della sua famiglia, e scoprire magari anni dopo che era innocente?
Certo, qualcuno risponderà che il sistema possiede i suoi anticorpi: è la stessa Giustizia che alla fine scagiona gli innocenti. Ma a quale prezzo? Dopo quale calvario? Famiglie distrutte, aziende chiuse, patrimoni consumati in spese legali, anni di vita perduti, depressione, stigma sociale.
Per questo molti cittadini faticano ad assolvere con disinvoltura anche magistrati capaci e determinati nella lotta al crimine, quando, in un numero significativo di casi, le accuse si rivelano infondate.
Non è una questione di essere buoni o cattivi.
È una questione di sensibilità verso il rischio dell’errore.
Alla fine il nodo resta quello che avevo intuito da ragazzo, studiando statistica. I due rischi della giustizia sono inevitabili e generalmente asimmetrici. Ma soprattutto sono legati tra loro: diminuire uno significa aumentare l’altro.
Non sono un giurista, non ho verità da incidere nella pietra.
Ma, se un ragazzo oggi mi chiedesse «Cos’è il garantismo?» risponderei:
«Se vogliamo ridurre al minimo il rischio di condannare un innocente, dobbiamo accettare un maggiore rischio di assolvere un colpevole. Questo è il garantismo.»