C’è un momento preciso, osservando l’opera La recherche de l’absolu di René Magritte, in cui la certezza dell’osservatore vacilla. Da lontano, lo sguardo registra una forma familiare, rassicurante: un albero. È solido, radicato, stagliato contro un tramonto che sembra promettere una verità definitiva. Ma avvicinandosi, la sagoma si scompone. L’albero non è un albero: è una foglia. Una singola, enorme foglia che ha preso il posto dell’intero organismo.
Questa non è solo una bizzarria surrealista. È la metafora perfetta del modo in cui oggi consumiamo la realtà, la politica e i valori che dovrebbero fondare il nostro stare insieme.
Nella comunicazione politica contemporanea, operiamo spesso come l’osservatore distaccato di Magritte: vediamo “l’albero” — ovvero la grande narrazione simbolica — e ci sentiamo rassicurati dalla sua maestosità. Prendiamo l’esempio della Costituzione. Nei momenti di scontro frontale, come la campagna referendaria di inizio 2026, la Carta smette di essere un organismo normativo complesso e “profano” per diventare un oggetto di culto.
Qui il cherry picking¹ si sposta su un piano antropologico: non si scelgono solo i dati tecnici che convengono, ma si isola il valore del Sacro e lo si espone come unica realtà visibile. La “foglia” che Magritte dipinge con le dimensioni di un albero è, nel nostro caso, la narrazione dei Padri Costituenti Eroi e della Costituzione come Testo Intoccabile.
La maggior parte dei cittadini non ha bisogno di conoscere i singoli articoli per difendere il tutto; basta loro percepire l’immagine riflessa del simbolo. Si preferisce la sacralizzazione alla comprensione, perché il sacro non richiede esegesi, ma solo devozione o anatema. Come ho spesso sottolineato parlando di questa deriva, la Costituzione viene “salvata” non in quanto legge dello Stato, ma in quanto totem identitario.
La narrazione politica spinge l’osservatore a fermarsi alla superficie del quadro: ci convince che l’albero sia lì, solido, mentre in realtà stiamo solo venerando una rappresentazione che serve a confermare chi siamo, impedendoci di guardare cosa c’è davvero dietro la tela dei tecnicismi e della prassi democratica.
Se Magritte ci avverte che “tutto ciò che vediamo nasconde un’altra cosa”, Hans-Georg Gadamer ci ricorda che non arriviamo mai davanti al “quadro” della realtà con gli occhi vergini. Il nostro approccio è sempre mediato da quello che il filosofo chiama pregiudizio (o pre-comprensione).
In un mio prossimo intervento — spoiler: parla della difficoltà di “interpretare nel rumore” e di come sia cambiata la “fusione degli orizzonti” di Gadamer — esplorerò come nell’epoca della polarizzazione questi pregiudizi siano diventati muri di cemento armato. Se la politica o i media ci offrono una “foglia” spacciandola per “albero”, noi siamo ben lieti di accettare l’inganno perché quella foglia ha esattamente il colore della nostra bandiera identitaria.
Questa circostanza — la consapevolezza da parte della politica e dei media che così funzioni il mondo — cambia la stessa politica. La politica non è la causa e non sceglie, si adegua per sopravvivere. Sta già accadendo.
Gli algoritmi e le bolle informative fungono da lenti d’ingrandimento distorcenti: ci permettono di vedere solo i dettagli che confermano la nostra visione del mondo, nascondendo tutto ciò che sta “dietro” l’immagine visibile. È la fine dell’ermeneutica come dialogo e l’inizio della comunicazione come surrogato dell’affermazione di sé; che altro non è che un’ostinata, continua ricerca di conformità al proprio bagaglio identitario.
A questo punto sorge il dubbio moraviano. In un mio precedente articolo, riflettevo sulla “testarda certezza degli incerti” e su quello che Alberto Moravia chiamava lo “scandalo identitario”. Perché abbiamo così bisogno di credere che la foglia sia l’albero?
La risposta è antropologica: la realtà nuda, nella sua frammentazione veloce e caotica, ci terrorizza. Per non parlare della complessità. Preferiamo la “rappresentazione della Costituzione” alla Costituzione stessa perché la rappresentazione è aderente, è calda, è nostra.
La verità di Magritte — “Ceci n’est pas una pipe” — ci sbatte in faccia la nostra solitudine di fronte all’oggetto: quello che hai davanti è solo un segno, il senso devi mettercelo tu, e questo peso è insopportabile per chi cerca risposte pre-confezionate.

Quella ricerca ostinata, che è fuga dallo scandalo e domanda di conformismo, spiega anche perché tante persone si riconoscano in uno slogan che è pura propaganda infarcita di fallacie, antimetabole e strategie persuasive.
La recherche de l’absolu, il titolo dell’opera di Magritte, omaggia Balzac, ma ne ribalta il senso. La ricerca dell’assoluto, oggi, sembra essersi ridotta alla ricerca di una conferma. Quando guardiamo un talk show, quando leggiamo un post di un influencer politico, non stiamo cercando di capire la realtà; stiamo cercando di vedere ciò che vogliamo che sia nascosto dietro la superficie.
Siamo diventati prigionieri di un’estetica della semplificazione dove:
- il politico disegna foglie giganti sperando che nessuno veda l’assenza del bosco;
- il media illumina solo la venatura che fa più scalpore;
- Noi applaudiamo la coerenza del disegno, dimenticando che un albero fatto di una sola foglia è destinato a seccare al primo colpo di vento della storia.
Sì, lo dimentichiamo. E tuttavia non c’importa, perché la complessità ci obbligherebbe a uscire dalla nostra zona di comfort — sempre che ne fossimo capaci — e siamo ossessionati dalla storia che ci stiamo raccontando. Al punto che, la sola idea che quel cristallo perfettissimo possa essere incrinato, ci spaventa a morte. Una mimesi necessaria, a cui dedicheremo presto un altro sguardo.
Uscire dall’inganno di Magritte non significa smettere di guardare le foglie, ma ricominciare a vedere l’albero nella sua interezza, accettando la fatica della distanza e l’umiltà del dubbio. La Costituzione, i diritti, la convivenza civile non sono icone da baciare o da calpestare a seconda del sentimento del momento, ma strutture vive che richiedono uno sguardo capace di andare oltre la superficie levigata della propaganda.
Forse, la vera “ricerca dell’assoluto” oggi è tutta qui: nel coraggio di dire, davanti alla narrazione più seducente: «Questa non è la realtà. È solo una sua rappresentazione: parziale, soggettiva e, inevitabilmente, distorta».
_
NOTE
(1) Il termine si riferisce alla fallacia o tecnica traducibile con “raccolta delle ciliegie”, qui utilizzato nell’accezione più generale di selezione opportuna di informazioni a supporto della propria tesi, che deliberatamente ignora il contesto e il quadro generale.