Un confronto sulla riforma della giustizia, il ruolo del pubblico ministero e il tema della responsabilità.
Gennaro Varone è autore del volumetto La separazione delle carriere dei magistrati. Riflessioni in vista del referendum (Edizioni Il Viandante, febbraio 2026), dedicato alla riforma.
A partire da quelle pagine e dai suoi interventi pubblici, gli ho rivolto sette domande su alcuni snodi centrali del dibattito: il linguaggio, la formazione e i valori, il rapporto tra potere e responsabilità, il tema delle correnti, il rischio dell’errore giudiziario e le garanzie nel processo penale.
Gennaro Varone
Gennaro Varone, classe 1964, magistrato dal 7 giugno 1989, è attualmente pubblico ministero presso il Tribunale di Pescara. Lì ha svolto le medesime funzioni negli anni 2002-2017. È stato pubblico ministero presso il Tribunale di Roma negli anni 2017-2024, con incarico nel “pool” dei reati contro la pubblica amministrazione e, prima ancora, ha esercitato nelle giurisdizioni di Mantova (come pubblico ministero presso la Pretura) e Campobasso: in quest’ultima, dapprima nella Direzione Distrettuale Antimafia (anni 1993/1998) e, quindi, con funzioni d giudice civile e penale.
Seguono le sue risposte integrali.
1.
Domanda.
Quando un magistrato utilizza nel dibattito pubblico determinate categorie linguistiche e morali, cosa rivela questo del suo credo giuridico e della sua formazione culturale e professionale?
Le parole sono soltanto strumenti argomentativi oppure riflettono una precisa idea di potere, di responsabilità e del ruolo del magistrato nello Stato e nella comunità?
Risposta.
Le parole evocano significati. Quando si sente dire che neppure l’amministratore di condominio è sorteggiato, si ascolta un convincimento balordo, forzato, privo del contesto di complessità che svelerebbe la falsità della metafora. Se, poi, il medesimo slogan è proposto da chi non ignora quel contesto, esso è consapevolmente menzognero, dunque ingannevole, frutto di una volontà di manipolazione.
Lo spontaneo uso di parole dal significato giuridico preciso, da parte di chi quel significato non ignora, per ricondurvi conseguenze escluse dal significato medesimo, è rivelatore di una concezione autoreferenziale del potere. Ad esempio, magnificare l’eccellenza di un’indagine giudiziaria prima del suo vaglio processuale, rivela distanza culturale dal Valore della presunzione di non colpevolezza e del Giusto Processo.
2.
Domanda.
Quando parla di “formazione valoriale”, cosa intende esattamente?
In che cosa dovrebbe consistere, concretamente, per il magistrato inquirente e per quello giudicante, in un sistema a carriere separate?
Risposta.
I Valori del processo penale sono la Tassatività della norma penale, che non consente forzature, anche quando ripugna che condotte immorali possano restare senza sanzione; la Presunzione di non colpevolezza, che dovrebbe spingere il p.m. ad un continuo ripensamento sul reale significato del materiale probatorio raccolto; la Terzietà del giudice, che dovrebbe imporre il rifiuto della contiguità sindacale tra giudice e pubblico ministero; la funzione interpretata come Servizio per la Comunità, e non come potere personale; l’Indipendenza non invocata quale scudo ai propri errori, ma garanzia per la collettività.
3.
Domanda.
Da cittadino privo di formazione giuridica, le pongo una domanda quasi paradossale: la distanza che spesso avvertiamo rispetto all’universo dei magistrati è solo culturale o è, in qualche misura, anche “antropologica”?
Chi esercita un potere così incisivo sviluppa inevitabilmente uno sguardo diverso sull’uomo, sulla libertà e sulla responsabilità?
Risposta.
Allo stato attuale della carriera, con tutte le distorsioni di una Elite che si sente titolare di un potere al di sopra di ogni altro, protetta dall’appartenenza correntizia, direi che il rischio è concreto.
4.
Domanda.
Se il sistema elettivo del CSM comporta, come Lei sostiene, un vincolo di appartenenza e un potenziale conflitto tra eletto ed elettori, come si spiega che questo tema non susciti una forte reazione nell’opinione pubblica?
Si tratta di una scarsa conoscenza del funzionamento del CSM, di una sottovalutazione del problema o di una tendenza a orientarsi per appartenenza identitaria più che per valutazione istituzionale?
Risposta.
L’opinione pubblica è facilmente manipolabile da slogan orecchiabili, sfuggenti la complessità. Rimbalzati da una pletora di “intellettuali”, autori di mediocri prodotti artistici, che dal Sistema suggono benessere, fanno presa sulle masse, che con i primi hanno maturato una sciocca connessione sentimentale. Artisti, attori, cantanti, soubrette, scrittori, magistrati: personaggi di spettacolo. Ormai, ogni ospite di talk show è tale, gli stessi presentatori sono tali. Fanno presa sul pubblico e martellano le coscienze individuali dai Media televisivi.
5.
Domanda.
Se guardiamo alla giustizia dal punto di vista delle persone coinvolte, il costo sociale degli errori — in entrambe le direzioni — appare enorme.
Ritiene che questo costo sia adeguatamente considerato nel dibattito sulla riforma dell’ordinamento e del CSM, o che tenda a essere percepito come marginale rispetto agli equilibri interni alla magistratura?
Risposta.
L’italiano, credo per retaggio storico, tende ad avvalersi, più che dei Diritti, della Grazia del potente di turno: che al tempo stesso disprezza, perché si rende conto di essere da quello trattato con sufficienza e paternalismo. A mio avviso questo risentimento, covato in segreto, gli rende preferibile la gogna per il potente , piuttosto che la garanzia per sé stesso.
6.
Domanda.
Ritiene che l’attuale assetto possa incidere — almeno sul piano della percezione — sulla fiducia delle parti offese rispetto alle decisioni di archiviazione?
In un sistema a carriere separate, con un giudice percepito come pienamente terzo rispetto al PM, ritiene che cambierebbe qualcosa anche nella tutela delle parti offese già nella fase delle indagini preliminari?
Risposta.
Molto spesso le denunzie penali dei privati sono per fatti assolutamente marginali e rivelano l’insoddisfazione per una giustizia civile costosa, non sempre tempestiva, che non può avvalersi degli stessi mezzi di ricerca della prova penale. In ogni caso, ritengo che il numero di archiviazioni e quello dei proscioglimenti in udienza preliminare sia pericolosamente “basso” rispetto alla regola di giudizio, secondo la quale il processo dovrebbe riguardare soltanto i casi nei quali ricorre una “ragionevole previsione di condanna”.
7.
Domanda.
Un magistrato, che sia giudice o pubblico ministero, è inevitabilmente esposto – come ogni persona – alla tendenza ad attribuire maggior peso alle informazioni che confermano le proprie ipotesi iniziali.
Alla luce di questo, cosa ne pensa dell’obiezione secondo cui la separazione delle carriere ridurrebbe le garanzie dell’indagato, e che cosa dovrebbe fare, concretamente, un pubblico ministero per limitare gli effetti del bias di conferma nel suo lavoro?
Risposta.
È una regolarità psicologica: chi ha maturato un convincimento darà valore gli elementi che lo confermano e sminuirà quelli che lo falsificano. Che il p.m. debba svolgere anche “indagini a favore” è una regola sciocca, paternalistica, retaggio del processo inquisitorio, secondo il quale, il p.m. può sostituirsi al giudice. La verità è che, oggi, nessuno obbliga il p.m., anche a indagine esaustiva, a riconoscere il valore assolutorio del materiale raccolto. Tanto che, anche davanti al più clamoroso crollo del castello accusatorio, il p.m. può insistere nelle sue accuse, senza subirne alcuna conseguenza.
Se si vuole un p.m. realmente professionale, occorre introdurre il principio di Responsabilità per le iniziative assunte. Rispetto ad esso, la separazione delle carriere è il primo passo necessario. Soltanto chi “sa” di rispondere, sarà professionale: cioè, portato ad agire con previsione delle conseguenze delle proprie scelte, delle quali dovrà dare conto. Si imporrà così non la “cultura della giurisdizione” (slogan insignificante, se riferito al p.m.), bensì la cultura della Lealtà processuale.
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