Non è necessario bruciare i libri o riscrivere i giornali.
La verità non ha bisogno di imporsi o di essere difesa con la forza della ragione e della Storia.
Alla verità oggi è sufficiente essere coerente.
Coerente con un sistema di valori, con una memoria condivisa; con l’immagine che ciascuno, dentro quella comunità, ha di sé. E con la storia che raccontiamo a noi stessi.
I fatti restano lì, disponibili, ma non incidono né tantomeno decidono.
Sono frammenti dispersi, mentre la narrazione è compatta, intera, abitabile.
In 1984 il Partito spezzava la mente fino a farle accettare l’impossibile.
Qui non serve spezzare nulla.
Le narrazioni emergono da sole, antagoniste e autosufficienti.
Ognuna è vera per chi vi si riconosce.
Non è propaganda nel senso classico. È piuttosto scrittura collettiva. Scrittura e non riscrittura, come si è detto.
È una storia dentro cui stare.
La verità non è più ciò che corrisponde ai fatti.
Somiglia di più a: ciò che non incrina l’identità.
Ci stiamo più o meno tutti dentro. Lì, a lavorare alla nostra verità.
La rendiamo coerente, difendibile, necessaria. Coincidente.
La proteggiamo affinché ci protegga.
Senza quella narrazione, senza quei valori, senza quel riconoscimento reciproco, resterebbe solo il dubbio.
E il dubbio è solitudine.
Questa verità non urla, non tortura, non pretende confessioni.
Ha un suono delicato.