Quando Paolo Cevoli portava sul palco di Zelig il personaggio di Palmiro Cangini — improbabile assessore alle varie ed eventuali del comune di Roncofritto — uno dei momenti più riusciti dei suoi comizi era la premessa solenne:
«Tutto quello che diremo noi ci dissociamo.»
Detto con il tono grave di chi sta per pronunciare una dichiarazione politica importante.
A quel punto arrivava la risata del pubblico e la battuta della spalla, Claudio Bisio:
«Eh vabbè, così è facile».
La gag funzionava perché conteneva un paradosso semplice: un politico che si dissocia preventivamente da ciò che sta per dire.
Quella battuta, tuttavia, faceva ridere soprattutto per un altro motivo, più implicito: presupponeva che, in politica, la coerenza fosse ancora una cosa che contava.
Ma quel paradosso violava anche una regola implicita della politica.
Prima però, solo per chi ha fretta, propongo un riassunto brevissimo dell’articolo.
Abstract
La celebre gag di Palmiro Cangini — “Tutto quello che diremo noi ci dissociamo” — faceva ridere perché rompeva una regola implicita: un politico dovrebbe essere coerente.
Oggi quella premessa sembra essersi indebolita. Nel flusso continuo della comunicazione contemporanea conta soprattutto presidiare il momento, parlare al proprio pubblico e rafforzare il proprio schieramento.
In questo ambiente la coerenza pesa meno del risultato immediato. La politica non fa eccezione: si muove dentro lo stesso ecosistema comunicativo in cui viviamo tutti.
Perché la coerenza non è più importante (e la satira si deve rassegnare)
Un politico può essere abile, opportunista, perfino ambiguo. Ma, almeno in teoria, dovrebbe mantenere una certa coerenza tra ciò che dice e ciò che sostiene nel tempo. La retorica politica tradizionale si regge anche su questo: continuità, responsabilità delle parole, memoria delle posizioni.
Palmiro Cangini rovesciava tutto in una sola frase. Non si limitava a contraddirsi: si dissociava in anticipo. Prima ancora di parlare, metteva le mani avanti. La responsabilità delle parole veniva annullata prima di esistere.
È questo il paradosso che faceva scattare la risata. Il pubblico riconosceva immediatamente l’assurdità della situazione: un politico che usa il tono solenne del comizio per dichiarare, sostanzialmente, che non risponderà di nulla di ciò che dirà.
Ma quella comicità funzionava perché partiva da una premessa condivisa: che la politica dovesse almeno fingere di essere coerente. La dissociazione preventiva appariva quindi come una scorciatoia grottesca, una fuga dalla responsabilità troppo esplicita per essere presa sul serio.
Ed è proprio qui che, col passare degli anni, qualcosa sembra essere cambiato, quella premessa sembra essersi indebolita.
Non perché i politici non si contraddicano più, semmai il contrario. Capita sempre più spesso di vedere dichiarazioni che nel giro di pochi mesi, a volte di pochi giorni, vengono rovesciate o sostituite da affermazioni di segno opposto. Posizioni che cambiano rapidamente, argomenti usati in un senso e poi nel senso contrario, a seconda del contesto o della convenienza del momento.
E tuttavia queste contraddizioni raramente producono l’effetto che un tempo generava la gag di Cangini. Non provocano necessariamente scandalo, né imbarazzo duraturo. Spesso vengono notate, segnalate, perfino rilanciate sui social. Ma poi il flusso della comunicazione continua, e il tema scivola rapidamente in secondo piano.
Il problema, quindi, non è la mancanza di memoria. Al contrario: archivi digitali, video, post e dichiarazioni restano disponibili e facilmente recuperabili. La contraddizione può essere documentata con precisione quasi immediata.
Quello che è cambiato è piuttosto l’ambiente in cui le dichiarazioni circolano.
La comunicazione politica si muove oggi in un flusso continuo e rapidissimo. Ogni giorno porta con sé nuove polemiche, nuovi argomenti, nuove frasi da commentare. In questo contesto, la coerenza nel tempo pesa meno della capacità di presidiare il momento.
A questo si aggiunge un altro fattore: i pubblici sono sempre più frammentati. Lo stesso politico può parlare a platee diverse in momenti diversi, con linguaggi e accenti differenti. Non sempre quei pubblici coincidono, e non sempre confrontano tra loro tutte le dichiarazioni che vengono pronunciate.
Infine, la comunicazione politica contemporanea è sempre più organizzata intorno alla logica dello schieramento. L’obiettivo principale non è tanto mantenere una linea coerente nel tempo, quanto rafforzare la posizione del proprio campo nel momento presente: difendere, attaccare, mobilitare.
In un ambiente di questo tipo, la coerenza diventa una qualità secondaria. Conta molto di più l’allineamento alla posizione del momento.
Va anche detto che questo meccanismo non riguarda soltanto la politica. È una caratteristica più generale dell’ambiente comunicativo in cui ci muoviamo tutti.
Il flusso continuo di informazioni, la velocità delle reazioni, la tendenza a intervenire di continuo su ogni tema rendono meno rilevante la coerenza nel tempo e molto più importante la presenza nel momento. La politica, semplicemente, si muove dentro lo stesso ambiente.
A questo si aggiunge un atteggiamento sempre più diffuso, che non riguarda solo la politica. La contraddizione non sorprende più come un tempo, perché molti partono già da un presupposto implicito: che le posizioni pubbliche siano strumenti, non impegni.
In questa prospettiva conta soprattutto il risultato, la capacità di prevalere nel momento, di ottenere un vantaggio nella contesa. La coerenza diventa una qualità secondaria, quasi un lusso, perché non contribuisce direttamente alla performance.
In un ambiente comunicativo di questo tipo, allora, la vecchia battuta dell’assessore di Roncofritto assume quasi un significato diverso. Quando Palmiro Cangini dichiarava solennemente: “Tutto quello che diremo noi ci dissociamo”, la comicità nasceva dal fatto che quella fuga dalla responsabilità era troppo esplicita per essere accettabile.
Oggi, forse, non sarebbe nemmeno necessario dirlo. Non perché la politica sia diventata più coerente. Ma perché, semplicemente, la coerenza non è più una condizione indispensabile del discorso pubblico.
Per chi volesse rivedere la gag di Palmiro Cangini da cui siamo partiti.