Il No di Napoli? Era già tutto previsto

Punto di vista

Napoli roccaforte del No con il 75,49% delle preferenze è una sorpresa solo per chi si ostina a non guardare. A ignorare una città che è da sempre un mondo a sé. A banalizzare un fenomeno attraverso letture fin troppo semplicistiche, benché non prive di mordente e di una certa aderenza con la realtà: dai risultati dei test INVALSI alle pensioni di invalidità, fino al sogno che venga ripristinato il reddito di cittadinanza.

La realtà è più complessa.

Partiamo dai dati minimi¹, i risultati di affluenza e preferenza del No in Italia, Campania, Provincia di Napoli e Comune.

Referendum: affluenza e voto No

Confronto tra Italia, Campania, provincia di Napoli e città di Napoli.

Area Affluenza No
Italia
58,93%
53,74%
Campania
50,38%
65,23%
Provincia di Napoli
49,29%
71,48%
Napoli
49,55%
75,49%
A Napoli il dato mostra uno scarto netto rispetto alla media nazionale:
affluenza più bassa e
No molto più alto.

Perché Napoli ha votato molto più No del resto d’Italia, e lo ha fatto con una partecipazione molto più bassa della media nazionale?

A Napoli il No è stato meno un voto tecnico sulla riforma e più un voto identitario, difensivo e simbolico.

Si potrebbe opinare che ciò possa essere avvenuto anche nel resto d’Italia. Ma non come a Napoli, ovvero in misura diversa e con dinamiche talvolta differenti.

Per capire Napoli occorre un’analisi qualitativa su tre piani: dato elettorale, contesto politico-sociale, grammatica simbolica del voto.
Chi si ferma al piano dei risultati elettorali è condannato a non capire.

A Napoli, in città ancor più che in provincia, alcuni linguaggi politici attecchiscono con particolare forza: difesa, resistenza, fedeltà, sospetto verso la riforma calata dall’alto, sfiducia verso il potere centrale, protezione di ciò che viene percepito come argine.

Disagio economico e sociale

Le condizioni economiche in Campania sono un dato oggettivo. Secondo i dati ISTAT², “nell’ultimo anno disponibile il profilo della regione e di tutti i suoi territori provinciali si configura su livelli di benessere inferiori a quelli nazionali”:

  • la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti nel 2023 è pari 17.505 euro, 6.126 euro in meno della media-Italia, corrispondenti ad una differenza del 26%;
  • anche l’importo medio annuo pro-capite dei redditi pensionistici a livello regionale (18.623 euro) è nettamente inferiore alla media italiana (-3.113 euro, ovvero il 14 per cento più basso);
  • il 14,2 per cento dei pensionati campani ha percepito nel 2023 meno di 500 euro di reddito lordo mensile (+5,3 punti percentuali rispetto alla media nazionale, cioè ci sono oltre il 50% in più di pensioni molto basse);
  • il tasso di nuovi crediti in sofferenza in Campania (0,8% nel 2024) indica una maggiore vulnerabilità finanziaria delle famiglie rispetto alla media nazionale (0,5%);
  • il reddito disponibile mediano in Campania è inferiore sia alla media nazionale (13.800 vs 18.600 euro) sia a quella del Mezzogiorno (14.500), con una disuguaglianza simile; la città metropolitana di Napoli registra il reddito più basso (13.400 euro) e la maggiore dispersione.

Il BES dei Territori — Campania 2025 evidenzia, in tema di Salute, che nell’ultimo anno disponibile, nel confronto con l’Italia, la posizione della Campania continua ad essere di svantaggio per la maggior parte degli indicatori.

Lo stesso studio mostra che, in tema di Istruzione e Formazione, la Campania è per lo più in linea con il Mezzogiorno, ma in svantaggio in confronto al dato nazionale.

I bambini che hanno usufruito dei servizi comunali per l’infanzia nel 2022, ad esempio, sono solo il  5,5%, circa un terzo rispetto al dato nazionale.

Lavoro: nel 2024 l’incidenza dei giovani (15-29 anni) che non lavorano e non studiano (24,9 per cento) supera di oltre 10 punti la media-Italia. Anche il tasso di occupazione (22,5 per cento) e quello di mancata partecipazione al lavoro (47,6 per cento) segnalano debolezze maggiori di quelle nazionali.

Nel 2024, in Campania il tasso di occupazione delle persone tra i 20 e i 64 anni raggiunge il 49,4 per cento, attestandosi a 17,7 punti percentuali in meno della media-Italia.

In merito alla partecipazione in occasione degli appuntamenti elettorali, la Campania è indietro rispetto alla media nazionale.
La partecipazione alle elezioni europee del 2024 (44,0 per cento) è quasi 6 punti percentuali più bassa della media-Italia, ma leggermente più elevata di quella del Mezzogiorno (41,9).

Questi numeri, insieme a tutte le altre statistiche che potremmo collezionare per ambiente, sicurezza, relazioni sociali e qualsiasi altro aspetto della vita delle comunità, non basterebbero a spiegare il fenomeno del voto a Napoli.

Sebbene qualcosa suggeriscano, non v’è dubbio: un intreccio di difficoltà educative, bassi redditi e bassa partecipazione al lavoro, con un grande punto interrogativo sullo sfruttamento e il lavoro nero.

No, affluenza bassa e mobilitazione selettiva

No altissimo e affluenza bassa non si contraddicono affatto. Possono voler dire che si è mosso soprattutto chi aveva una motivazione forte, mentre una quota larga di elettorato più debole, intermittente o disillusa è rimasta a casa.

In un referendum tecnico-costituzionale, questo succede spesso: chi ha una chiave di lettura identitaria o militante vota; chi non la possiede, oppure non si sente chiamato in causa, si astiene.

Napoli, quindi, potrebbe aver espresso non una partecipazione generalizzata, ma una mobilitazione selettiva del fronte del No.

I due fronti, Gratteri e il M5S

A Napoli il fronte del No appare essersi organizzato presto e in modo riconoscibile. All’opposto, il fronte del Sì è stato timido e poco organizzato, persino rinunciatario, certamente incapace di tradurre una riforma tecnica in linguaggio politico comprensibile.

Anche la bassa affluenza al voto suggerisce, come chiave interpretativa, che il fronte del Sì abbia rinunciato a comunicare efficacemente e convincere quella metà degli elettori che non si è recata alle urne. Forse, persino sconfortata da un sentimento rumoroso di segno contrario. Questa ipotesi confermerebbe quella che è stata una mia percezione, per quanto possa contare.

Quanto abbia pesato Gratteri a Napoli, invece, è difficile dirlo. Il suo peso simbolico può essere stato superiore alla media nazionale: non solo magistrato noto, ma figura pubblica con forte legittimazione morale e mediatica.

Sarebbe però un azzardo dire che abbia spostato a Napoli più voti di quanti ne abbia spostati altrove. Non è escluso, tuttavia, che Gratteri abbia fornito un ulteriore punto di condensazione simbolica al No napoletano.

Anche sull’effetto M5S ci andrei cauto. Alle Europee 2024, a Napoli il M5S è stato fortissimo, sostanzialmente appaiato al PD: 26,58% contro 26,67%. Questo dice che in città esiste una base elettorale larga, popolare e anti-establishment o post-ideologica, sensibile a campagne contro il potere centrale e favorevole a schemi oppositivi.

Il No al 75%, però, va molto oltre il bacino di un solo partito: quindi il M5S va trattato come una componente dell’ecosistema, non come chiave unica.

Sul voto giovanile a Napoli, invece, non mi sento di ipotizzare nulla perché non ho trovato dati da fonti affidabili. Che Napoli abbia seguito lo schema del resto d’Italia, magari amplificato, è un’ipotesi possibile, ma al momento priva di dati a supporto.

Storia, politica e cultura

Napoli possiede una memoria politica e civica in cui la difesa dell’appartenenza, la fedeltà, la resistenza e anche la protezione dell’ordine “percepito come proprio” ritornano ciclicamente. Non come natura immutabile, ma come repertorio simbolico disponibile.

Chi conosce la storia di Napoli sa che tra il 21 e il 23 gennaio 1799 diecimila lazzari si batterono e persero a vita sulle mura di Napoli.

In occasione dell’attacco francese al Regno di Napoli (gennaio 1799), i lazzari combatterono contro l’esercito napoleonico, percepito come giacobino, in nome della tradizione cattolica, e difesero Ferdinando IV quale legittimo re.”³

Allo stesso modo, si potrebbero citare le Quattro giornate di Napoli.

Con un po’ di leggerezza mi accingo a ipotizzare che, in alcune fasi storiche, a Napoli la fedeltà è stata elevata a valore morale anche quando significava difendere l’esistente. È certamente una semplificazione: non me ne vogliano gli storici e i miei concittadini, con cui condivido l’amore per la nostra città.

Ancora oggi il popolo partenopeo sente un’appartenenza, un’aderenza a un modo di essere, che lo spinge ad andare in difesa di valori intangibili e condivisi, come se difendesse la città.

Mi sento di dire che a Napoli il No non sembra essere stato soltanto un giudizio sulla riforma. Ha raccolto, più che altrove, una domanda di protezione simbolica: difesa di un argine, di un’appartenenza, di una città che reagisce male alle riforme percepite come imposte dall’alto e che, quando si mobilita, lo fa spesso in modo identitario più che tecnico.

Azzardo che Napoli faccia i conti con il peso di una cultura politica cittadina che confonde spesso fedeltà e virtù.

Il contesto e la distanza dalle istituzioni centrali

Quello che potrebbe sembrare uno snodo antropologico, poi, va calato nella realtà di oggi, quindi nel suo preciso contesto socioeconomico.

In un contesto fragile il cambiamento è rischio, mentre la conservazione è sicurezza.
In sintesi, il disagio sociale può aumentare il bisogno di riferimenti stabili e moralmente forti.

La stessa Giustizia a Napoli non è un’idea astratta ma una presenza concreta nella vita delle persone: procure, indagini, camorra, repressione, media e immagine pubblica.

È normale che una figura come Gratteri diventi un simbolo, ma soprattutto che la giustizia venga percepita quale argine etico e non come sistema da riformare. Vi è cioè l’idea che la Giustizia sia la parte migliore di una società e, in quanto tale, il fortino da difendere.

In questo scenario, il referendum non è stato visto come occasione di riorganizzare la Giustizia per migliorarla, ma come attacco all’Istituzione, che è speranza e argine al peggio.

D’altro canto, se la Giustizia viene riconosciuta come istituzione di valore assoluto e legato al territorio, a Napoli come in tutto il Sud le altre istituzioni vengono avvertite come distanti.

Napoli è una città informale e accogliente, con un’alta incertezza economica, con reti sociali non sempre istituzionalizzate, dove la mano dello Stato centrale viene vista con sospetto, come se da essa non ci si possa aspettare che l’ennesima mazzata.

In termini più freddi e distaccati: dove il sistema è percepito come già instabile, la riforma non è vista come miglioramento, ma come ulteriore destabilizzazione.

I napoletani sono per natura predisposti a chiedersi: dov’è la fregatura?

Se poi la narrazione è a senso unico, il sospetto del disastro imminente diviene una quasi certezza e non ha bisogno di essere dimostrato.

Il punto focale è che il disagio sociale e il contesto socio-culturale vanno visti come terreno che rafforza la domanda di protezione e appartenenza.

La voglia di riscatto

Molti napoletani hanno accolto positivamente l’invito al cambiamento per Napoli, e vedono in alcuni simboli il riscatto civico della città, del quartiere, persino della “napoletanità”.

In questo processo, che non è di per sé negativo, alcuni napoletani compiono delle semplificazioni anche banali.

Ad esempio, accostano i concetti di socialità, comunità, integrazione, solidarietà, impegno civico — valori radicati nella cultura partenopea — alle forze di sinistra e a quelle “anti-sistema”, che si presentano come civiche anche se ideologizzate.

Allo stesso tempo, molti napoletani sognano e vivono il riscatto, che è economico, sociale, civico, culturale, territoriale e identitario: tutto questo “sentire” è intercettato essenzialmente da alcune forze politiche, ed è anche condiviso da una parte della “borghesia napoletana”.

Non va ignorata la circostanza che Napoli vanta una lunga tradizione di amministrazioni di sinistra: solo negli ultimi decenni Bassolino, Iervolino, De Magistris e ora Manfredi. Senza dimenticare i dieci anni di De Luca alla Regione Campania, a cui è seguito Fico.

Ai sostenitori del Sì resta il rimpianto di non essere riusciti a spiegare che il fosse compatibile con quel riscatto. Mentre tutta la narrazione, soprattutto la narrazione locale, era intenta a suffragare l’ipotesi condivisa, quasi all’unanimità, che il fronte del No incarnasse quei valori propri della cultura e del sentire partenopei.

Il fronte del Sì non era pronto ed è come se non fosse mai sceso in campo, ma non per colpa di chi si è impegnato sul territorio, quanto per l’assenza di supporto da parte di un ecosistema legato ai partiti, che è praticamente inesistente, a maggior ragione a Napoli.

In questo senso, è come se il avesse rinunciato a fare cultura, a parlare con la gente, a stare tra la gente, a intercettare preventivamente il consenso della borghesia, a promuovere la partecipazione.

Insisto sulla borghesia — che si è mobilitata solo per la parte del No — perché a Napoli, in buona sostanza, non ha attecchito una narrazione alternativa, compatibile con i valori e il sentire partenopeo, che non poteva essere improvvisata due mesi prima del voto.

E chi mai avrebbe dovuto veicolare tale narrazione, per tempo, se non la borghesia e la classe dirigente della città?

Ed è perciò che non mi meravigliano il 75% di No e l’affluenza del 50%.

Il voto di Napoli era un diluvio annunciato.

Dinamiche secondarie

Alcune dinamiche secondarie possono essere concausa di questa debacle partenopea, in misura eguale o differente rispetto al resto della Nazione.

Il “No” come scelta a basso costo cognitivo.

In un referendum tecnico, capire davvero il contenuto richiede tempo, competenze, fiducia nelle fonti. Il “No”, invece, è spesso la scelta più semplice quando non hai informazioni sufficienti, percepisci il tema come distante e non ti fidi di chi propone il cambiamento.

Astensione e No sono complementari.

Quando l’affluenza è bassa è sintomo che c’è un disinteresse, cioè una forma di disconnessione; ma la prevalenza di uno dei due segni indica la mobilitazione di una minoranza motivata. A Napoli, dunque, molti non sono entrati in gioco, ma chi lo ha fatto aveva una convinzione netta. Concettualmente, c’è stata pertanto una astensione strutturale, ovviamente parziale ma imponente, accompagnata da una mobilitazione selettiva.

Identità politica meno ideologica e più emotiva.

Napoli non vota necessariamente a sinistra.
Ma sente l’appartenenza emotiva.
Ed è più facile intercettare questo flusso con un voto “contro” invece che con un voto a favore di qualcosa.
Quello di Napoli non è tanto un voto ideologico, quindi, quanto un voto “identitario fluido”.

Effetto amplificatore.

A parte qualche considerazione di carattere storico e culturale, la cui rilevanza è più materia di credenze popolari che di analisi elettorali, è plausibile che Napoli non sia poi così diversa dal resto d’Italia e anche del Sud Italia. Più che anomalia parlerei di effetto amplificatore su dinamiche presenti anche altrove: la sfiducia nelle istituzioni, il rifiuto della complessità e dei tecnicismi, la paura di cambiamento, il voto simbolico, la polarizzazione.

Tiriamo le somme

In Italia, non solo in Campania e a Napoli, il voto in buona parte non è stato incentrato sul merito della riforma.

È stato in parte un voto contro il governo, ma anche contro la guerra, contro Trump e contro una certa idea di mondo.

Un voto contro il cambiamento, su cui hanno pesato la paura e la sfiducia verso chi riformava.

Un voto estremamente condizionato dai simboli, su cui la retorica ha pesato moltissimo, penso alla sacralizzazione della Costituzione, ma anche ai padri costituenti, ai magistrati uccisi dalle mafie.

Un voto inquinato da una propaganda becera, per la verità da ambo le parti, ma soprattutto dalla parte del No, dove si sono concentrate le maggiori mistificazioni portate avanti da un ecosistema mediatico molto efficace in un contesto di questo tipo. Con delle conseguenze post voto non da poco.

Un dato simbolico: Napoli è la città di Fanpage, politicamente e ideologicamente schierata contro il governo e la riforma, molto attiva durante la campagna referendaria.

Passando al contesto socioeconomico, vedere nella povertà e nell’ignoranza le ragioni di una minore affluenza alle urne nel Meridione è una chiave di lettura riduttiva, ma non campata in aria. Anche il reddito di cittadinanza, così popolare al Sud, s’inserisce in questo discorso.

Ciò detto, Napoli è un universo a sé, che amplifica tutto quanto già presente nel resto d’Italia e anche al Sud, corroborandolo con un “sentire” tutto partenopeo, politico ma anche emotivo e fortemente identitario.

In questo scenario il non è pervenuto, anche perché nulla è stato fatto per preparare i napoletani ad accogliere la riforma.

 

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NOTE

(1) Fonte: Referendum costituzionale e Suppletive Camera 22-23 marzo 2026 (Eligendo).

(2) Fonte: BES dei Territori — Il benessere equo e sostenibile dei territori — Campania 2025.

(3) Fonte: Lazzari su Wikipedia.

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