La partita più importante si gioca a seggi chiusi, al di là che abbia vinto il Sì o il No.
Il passaggio critico riguarda le reazioni, i comportamenti e l’interpretazione del risultato da parte dei diversi attori politici e istituzionali.
Il sistema è già stato messo con le spalle al muro durante una difficile campagna referendaria, in cui media e magistratura sono riusciti a fare peggio della politica, per mancanza di responsabilità, toni apocalittici e giudizi apocadittici.
Uno spettacolo pietoso, che ci faremmo bastare.
Se non fosse che al peggio non c’è mai fine.
Due sono i rischi post voto.
Ma c’è anche una opportunità.
Primo rischio: la reazione al risultato
Quando una competizione si carica di significati che vanno oltre il merito delle proposte, il rischio è che il voto venga vissuto come una legittimazione o una delegittimazione totale.
In questi casi, chi perde non percepisce solo una sconfitta politica, ma una perdita di posizione e di ruolo; chi vince può sentirsi investito di una missione più ampia.
È qui che possono emergere irrigidimenti istituzionali, conflitti tra poteri, tentazioni di forzatura simbolica o concreta.
Non è una dinamica nuova, ma diventa più probabile quando il confronto si sposta dal merito alle identità.
Secondo rischio: gli ecosistemi e la tensione tra poteri
Questa campagna ha mostrato un altro elemento rilevante: la formazione di veri e propri ecosistemi.
Non solo partiti, ma anche media, figure simboliche, commentatori, comunità attive: un insieme che produce e rafforza una stessa narrazione.
Questo non è un fenomeno eccezionale. È, sempre più, un modello.
Il punto critico emerge quando dentro questi ecosistemi entrano — anche solo indirettamente — attori istituzionali che, per funzione, dovrebbero restare percepiti come terzi.
In particolare, quando il potere giudiziario viene associato, nella percezione pubblica, a uno dei campi in competizione, il rischio non è solo comunicativo, ma diventa un rischio di sistema:
- si incrina l’idea di neutralità;
- si alimenta la diffidenza reciproca tra poteri dello Stato;
- si apre la strada a una conflittualità meno visibile, ma più profonda;
- la conflittualità può divampare internamente alla stessa magistratura.
In questo scenario, il problema non è l’esistenza di posizioni diverse — fisiologica in una democrazia — ma la possibilità che si consolidi una contrapposizione tra poteri e all’interno di questi.
E se questo modello dovesse replicarsi in forma simmetrica — un ecosistema contro un altro, ciascuno con i propri riferimenti politici, mediatici e istituzionali — il confronto sul merito rischierebbe di essere sostituito da una polarizzazione strutturale.
Sarebbe una frattura difficile da ricomporre.
L’opportunità: quale linguaggio viene premiato
C’è però anche un elemento che può offrire una chiave più costruttiva.
Ogni campagna elettorale non seleziona solo un risultato politico, ma anche un modo di comunicare.
In sintesi:
- se viene premiato un linguaggio che spiega, argomenta, si assume responsabilità → quel modello tende a rafforzarsi
- se viene premiato un linguaggio che semplifica, attacca, mobilita emotivamente → sarà quello a replicarsi
Il punto, quindi, non è solo chi vince, ma quale stile di comunicazione esce rafforzato.
Ed è uno stile che influenzerà la politica e il clima che i cittadini respireranno, anche nelle prossime campagne e su qualsiasi tema.
Ho scritto questo articolo prima della chiusura dei seggi, pur sapendo che l’avrei pubblicato subito dopo.
Mi auguro con tutto il cuore che si verifichi la prima ipotesi.
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NOTE
L’immagine di copertina, liberamente tratta dal web, ritrae l’opera The Cut Chair — Peter Bristol.