La lezione di Giacinto Mazzatella
Ci sono film che rassicurano e film che disturbano. Brutti, sporchi e cattivi, diretto da Ettore Scola e interpretato da Nino Manfredi, appartiene decisamente alla seconda categoria.
La storia ruota attorno a Giacinto Mazzatella, patriarca sgangherato di una famiglia numerosissima che vive in una baraccopoli alla periferia di Roma. Giacinto è l’unico ad avere dei soldi. Non molti: appena abbastanza da diventare l’ossessione di tutti. Li ha ricevuti come indennizzo dopo aver perso un occhio sul lavoro. L’ironia crudele della storia è che proprio quella disgrazia lo rende, nel suo piccolo, l’uomo più ricco del gruppo.
Da quel momento la sua vita diventa una paranoia continua: nasconde il denaro, diffida di tutti, teme che figli, nipoti e parenti vogliano avvelenarlo o derubarlo. Attorno a lui si muove un’umanità rumorosa, caotica, spesso grottesca. Litigi, insulti, gelosie, alleanze improvvisate: la famiglia sembra più una tribù in guerra permanente che un rifugio domestico.
C’è poi un dettaglio che nel film passa quasi in sordina ma dice molto. Giacinto non è romano. È originario della Puglia e parla con il suo dialetto meridionale. È, a suo modo, un migrante interno: uno di quelli arrivati nelle grandi città in cerca di lavoro e rimasti ai margini. Non si è integrato, non ha trovato fortuna, e nella gerarchia della miseria occupa uno degli ultimi gradini.
Il film non chiede allo spettatore di compatire né di giudicare. Mostra soltanto una realtà cruda, a tratti grottesca, che mette in crisi una convinzione molto diffusa: l’idea che la povertà renda automaticamente migliori.
La miseria non è un lago cristallino
Nella cultura occidentale esiste da tempo una narrazione consolatoria: la povertà come luogo di purezza morale. È un’immagine che attraversa la letteratura, la politica e perfino il discorso pubblico contemporaneo. Secondo questa visione, chi ha poco sarebbe più autentico, più solidale, più umano.
Il film di Scola smonta questo mito con una crudezza quasi antropologica. Nella famiglia Mazzatella tutti cercano di sopravvivere come possono: si ingannano, si minacciano, si contendono risorse minime. Non perché siano moralmente peggiori, ma perché la scarsità crea tensione.
È una rappresentazione che dialoga con una domanda sociologica più ampia: la povertà rende davvero migliori?
Nel dibattito pubblico questo tema è spesso evitato o semplificato. Ma la ricerca sociale mostra da tempo che condizioni materiali difficili possono aumentare la vulnerabilità al ricatto, alla pressione e al conflitto. È lo stesso nodo discusso in “Il tabù della povertà: miseria, ricatto, morale”, che prova a mettere in relazione condizioni economiche e libertà morale.
La guerra per la sopravvivenza
Nel film la povertà non produce solidarietà. Teoricamente potrebbe, ma non accade. Produce piuttosto una tensione continua per la sopravvivenza.
La famiglia allargata che vive nella baracca non è un rifugio armonioso. È un equilibrio fragile in cui ognuno cerca di difendere il proprio spazio, il proprio piatto, la propria possibilità di tirare avanti. I pochi soldi di Giacinto diventano il centro di una guerra domestica permanente: alleanze improvvise, sospetti, tentativi di appropriazione.
Non è necessario interpretarlo come un giudizio morale sui personaggi. È, prima di tutto, una rappresentazione di ciò che può accadere quando le risorse sono limitate e la vita quotidiana è organizzata attorno alla sopravvivenza. In questi contesti la solidarietà non scompare, ma convive con tensioni, rivalità e diffidenze.
Il film di Scola lo mostra senza commentarlo e senza moralismi. Si limita a mettere in scena una realtà che spesso il discorso pubblico preferisce ignorare: la povertà non crea armonia sociale, non necessariamente. A volte genera anche conflitto.
L’illusione della comunità
C’è un altro aspetto interessante nel film di Scola: il modo in cui rompe una certa immagine della povertà che il cinema italiano aveva contribuito a costruire nel dopoguerra.
Nel cinema degli anni Cinquanta, spesso legato all’eredità del neorealismo e poi alla commedia all’italiana, i giovani poveri erano sì poveri, ma anche belli, vitali, pieni di speranza. Le difficoltà materiali non cancellavano una certa allegria di fondo, quasi una fiducia nel futuro. Era l’immagine di un Paese che stava uscendo dalla guerra e si preparava al boom economico.
Vent’anni dopo, Brutti, sporchi e cattivi sembra arrivare da un altro mondo. La povertà non è più raccontata come una condizione dura ma dignitosa. È disordinata, rumorosa, spesso sgradevole. Non ha nulla di romantico.
Le baracche della periferia romana sono affollate di parenti, vicini, bambini. Da lontano sembrerebbe una comunità compatta, ma la solidarietà non è scontata. Avvicinandosi si scopre un equilibrio instabile fatto di alleanze temporanee, rivalità e sospetti.
Non è solo una scelta estetica. È anche il segno di un cambiamento culturale e di consapevolezza: negli anni Settanta l’Italia ha già conosciuto il benessere, il consumismo; le tensioni sociali del dopoguerra sono diventate conflitti più complessi. In questo contesto il film di Scola appare quasi come una rottura: un racconto della miseria che non consola e non idealizza.
Ed è proprio questa crudezza che rende il film ancora oggi così interessante. Perché costringe lo spettatore a confrontarsi con una domanda scomoda: quanto c’è di reale e quanto di consolatorio nel mito del “povero ma buono”?
Il potere di chi ha qualcosa
Nel film c’è anche una scena che racconta bene come funzionano questi equilibri fragili. In casa vive una nonna anziana che percepisce una pensione. Il giorno in cui arriva il pagamento tutta la famiglia si mobilita: la accompagnano all’ufficio, incassano il denaro, lo dividono e poi ognuno sparisce per conto proprio. La nonna viene riaccompagnata a casa dai bambini, quasi come se fosse ormai un contenitore svuotato.
Anche lei possiede qualcosa, ma a differenza di Giacinto non ha alcun potere per difenderlo. È anziana, fragile, esposta. La sua pensione diventa una risorsa di cui gli altri si appropriano quasi naturalmente.
Giacinto, invece, reagisce in modo opposto. Difende i suoi soldi con una diffidenza feroce, arrivando perfino a imbracciare il fucile contro i familiari. Non è solo avidità. È anche paura di essere sopraffatto.
Nel mondo raccontato dal film possedere qualcosa significa trovarsi immediatamente dentro un equilibrio instabile: o si è abbastanza forti da difenderlo, oppure si rischia di perderlo. La violenza, in questo contesto, non appare come un gesto eccezionale ma come una delle possibili forme di autodifesa dentro un ambiente segnato dalla precarietà.
Il film non giustifica e non condanna. Mostra semplicemente come, in certe condizioni sociali, la difesa delle poche risorse disponibili possa diventare una questione di sopravvivenza. Ed è forse anche per questo che la storia continua a parlare, a modo suo e con i distinguo dettati dall’età, a molte realtà contemporanee.
Cosa resta del film
Brutti, sporchi e cattivi uscì negli anni Settanta, ma alcune domande che pone restano attuali. Le periferie europee, le difficoltà di integrazione di alcune comunità di immigrati, le tensioni sociali in quartieri economicamente fragili mostrano quanto le condizioni materiali possano influenzare i rapporti sociali.
Il degrado produce sempre nuovo degrado. E oggi come cinquanta anni fa, la narrazione romantica della povertà non ha senso.
Il film non offre soluzioni, non propone una morale edificante. A parte la dimensione artistica — che non discuto perché non faccio il critico e non ne sarei capace — Brutti, sporchi e cattivi lascia allo spettatore una realtà scomoda con cui fare i conti; in una qualche misura anche attuale.
Se la povertà non rende migliori e, anzi, qualche problema ulteriore lo crea, l’unica soluzione è abolirla?
Che si fa, un decreto? Si costruisce un’Utopia?
Ci accontentiamo di fingere di combatterla, tanto per giustificarci al cospetto della nostra coscienza? O della pubblica coerenza, in nome di una ipocrisia collettiva?
E, se non riusciamo a eliminare la miseria, come può una società garantire dignità e libertà in presenza di una diffusa fragilità economica?