Il problema non sono i numeri ma il loro significato

Tempi Moderni

Ci sono due modi semplici per mentire: con le parole e con i numeri.
Le parole le abbiamo smontate spesso.
I numeri, invece, sono più pericolosi: sembrano oggettivi.
Ma senza interpretazione, non significano nulla.

Analizziamo due semplici asserzioni contenenti numeri sulla giustizia.
Non ci interessa il rigore matematico e metterò il mio fervore statistico da parte.
Quindi farò due esempi semplici con le percentuali.

Il numero che sembra dire tutto (e invece non dice niente)

1 — “In circa la metà dei casi i giudici assolvono l’imputato e quindi vanno contro il pubblico ministero.

È una frase che suona forte. Semplice, immediata.
E soprattutto sembra dire qualcosa di molto chiaro: c’è un contrasto tra giudici e pubblici ministeri.

Fermiamoci un attimo.

Di quali casi stiamo parlando?
Primo grado? Appello? Cassazione?
E stiamo considerando solo le sentenze o anche tutto ciò che accade prima?

Perché un imputato, prima di essere assolto, è arrivato a processo.
E per arrivarci, un giudice ha già valutato che la richiesta del pubblico ministero fosse fondata al punto da andare avanti.

Se allarghiamo lo sguardo, quella “metà dei casi” non è più così chiara.
È solo un pezzo di un percorso molto più lungo.
Percorso sul quale, a giudicare dalla sola frase, non sappiamo molto.

Il problema non è il numero ma cosa contiene

I numeri hanno un potere enorme: sembrano oggettivi.
“Metà” è metà per tutti.

Ma quel numero, da solo, non racconta il processo che lo genera.
Taglia fuori tutto ciò che viene prima e tutto ciò che viene intorno.

E così può suggerire una conclusione — lo scontro tra giudice e pubblico ministero — che esiste, ma solo dentro un perimetro molto ristretto.

Fuori da quel perimetro, la realtà è più complessa.

Quando un numero diventa una statistica — come nel caso dell’esempio è “circa metà” cioè 50% — essa contiene all’interno un’informazione complessa, che però è rinchiusa come in una scatola nera.

Se non conosci la storia di come si è pervenuti al quel numero, con tutto quello che c’è intorno, il numero da solo non è in grado di raccontartela.

È come se contenesse un’informazione parzialmente criptata: hai il risultato finale, ma non sai bene cos’è.

Un po’ come il 42, “la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”, nel romanzo Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams: la risposta c’è, ma nessuno sa cosa significhi e come interpretarla.

Il secondo esempio: il 94%

Prendiamo un altro dato, di segno opposto:

2 — “Nel 94% dei casi il giudice accoglie le richieste del pubblico ministero.

Anche questo è un numero potente.
Ancora più potente, perché è apparentemente grande.

Ma vale la stessa domanda di prima: di cosa stiamo parlando esattamente?

Se dentro quel 94% includiamo anche la fase delle indagini preliminari — archiviazioni comprese — il dato cambia completamente significato.

E diventa, di nuovo, difficile da leggere.

Un numero, tre storie diverse

Quel 94% può raccontare almeno tre storie diverse.
Ma sono convinto che un esperto di Giustizia ne potrebbe individuare anche di più.

La prima:
il pubblico ministero lavora bene, fa richieste solide, e il giudice — che è terzo — le conferma quasi sempre.

La seconda:
il giudice tende ad allinearsi alle richieste del pubblico ministero, riducendo di fatto il controllo.

La terza, più realistica:
il sistema è sovraccarico, i fascicoli sono troppi, e a monte si seleziona cosa portare avanti.
Si archivia molto, si procede solo dove c’è una ragionevole probabilità di arrivare a una condanna.

Non sappiamo nulla su quanto il giudice sia stato realmente terzo (cioè se ci siano stati casi in cui il principio di terzietà del giudice sia parzialmente venuto a mancare).

In questo terzo scenario, quel 94% non è né buono né cattivo.
È il prodotto di un equilibrio di sistema che è un mix di economia processuale, legislazione vigente e (forse) condizionamenti materiali e/o psicologici.

Dove nasce davvero il rischio

La questione non è accusare qualcuno, ma capire come funzionano le dinamiche normali:

  • Contenzioso infinito e carichi di lavoro elevati
  • Tempi stretti
  • Fiducia tra colleghi
  • Selezione dei casi (priorità)

In un contesto così, è naturale che il giudice si affidi, almeno in parte, al lavoro del pubblico ministero.
E per naturale intendo sistemico e fisiologico. Non giusto.

Allora si apre una possibilità: se a monte c’è un errore — grande o piccolo — può non essere intercettato.
Non per malafede ma per come funziona il sistema.

Se il problema è sistemico, è inutile che pensiamo ai complotti e che ce la prendiamo con i magistrati.

Dobbiamo rivedere il processo (nel senso di meccanismo) in quanto strutturalmente caratterizzato da una propensione all’errore troppo elevata (cioè che la comunità non vuole accettare).

La domanda che resta

A questo punto è inutile chiedersi se il 94% sia un dato positivo o negativo.

Ciò che resta di questo ragionamento è una domanda alternativa:

se prendessimo 1000 fascicoli a caso, quanti errori troveremmo?
E in quanti casi un giudice davvero terzo riuscirebbe a correggerli?

Invito i giuristi e gli addetti ai lavori a non pensare a questa domanda come retorica o provocatoria.
E non è neppure una domanda che nasce con intento punitivo.

Nel nostro sistema giudiziario — a differenza del mondo dell’impresa e perfino di alcune eccellenze dell’amministrazione pubblica — non esiste il concetto di “controllo di processo”.

Di questo parlerò con calma, un’altra volta.

Una strada possibile

I numeri in sé non mentono e non dicono la verità.
Ma possono dire tutto e il contrario di tutto, a seconda:

  • dello stato di conoscenza che abbiamo circa il percorso che ci ha condotto fin lì;
  • di come li leggiamo ovvero della capacità di interpretazione rispetto al fenomeno che descrivono;
  • di come li presentiamo ovvero della malizia/onestà nel suggerirne il significato.

I numeri sono proprio l’ultima cosa. Prima dovremmo essere in grado di:

  • capire come funziona il sistema che produce quei numeri;
  • avere la capacità di osservare da vicino il sistema mentre funziona;
  • individuare le variabili che incidono sugli errori;
  • avere la volontà “politica” di intervenire sul sistema — cioè su quelle variabili — per migliorarlo.

Gli errori non si eliminano punendo chi sbaglia.
Si riducono costruendo processi migliori¹.

È lì che si gioca la partita della giustizia che vuole funzionare.

 

NOTA

(1) La parola “processo” è usata con accezione ingegneristica (meccanismo di funzionamento, procedura, sistema).

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