In politica le parole contano sempre. Ma ci sono momenti in cui contano ancora di più: quando si parla da una posizione istituzionale e quando il tema in discussione riguarda proprio il funzionamento delle istituzioni.
È per questo che la frase pronunciata da Giusi Bartolozzi durante un dibattito televisivo sul referendum sulla giustizia ha fatto immediatamente discutere. Nel corso della trasmissione, la capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha invitato a votare sì sostenendo che così ci si sarebbe «tolti di mezzo i giudici», definiti «plotoni di esecuzione».
La polemica politica che ne è seguita era prevedibile. Ma al di là dello scontro tra maggioranza e opposizione, il caso Bartolozzi offre soprattutto uno spunto interessante sul piano del linguaggio pubblico: quando si ricopre un ruolo istituzionale, non tutte le metafore sono uguali, e non tutte le parole hanno lo stesso peso.
Il contesto
L’intervento è avvenuto durante un confronto televisivo dedicato al referendum sulla giustizia. Nel corso della discussione Bartolozzi ha sostenuto con forza la necessità della riforma, descrivendo il processo penale come un meccanismo che può distruggere la vita delle persone anche quando queste vengono successivamente assolte.
In questo contesto è arrivata la frase destinata a far discutere: «Votate sì e ci togliamo di mezzo i giudici, che sono plotoni di esecuzione».
Nel dibattito successivo l’espressione è stata spesso isolata e riproposta come sintesi dell’intervento. Dal contesto della discussione, tuttavia, appare evidente che Bartolozzi si riferisse ai magistrati percepiti come politicizzati e al ruolo delle correnti nella magistratura, che rappresentano proprio uno dei punti critici al centro del dibattito sulla riforma.
Questo non elimina il problema del linguaggio utilizzato. Ma aiuta a capire come, nel dibattito pubblico contemporaneo, una frase particolarmente forte possa essere facilmente estratta dal contesto e trasformata in uno strumento di polemica politica.
Successivamente la stessa Bartolozzi ha ridimensionato l’espressione definendola una battuta e precisando di non voler mettere in discussione l’intera magistratura. Il Ministro Nordio ha riconosciuto che la sua capo di gabinetto ha precisato, provando a chiudere l’incidente.
Il problema del ruolo
Il punto però non è soltanto la metafora utilizzata.
Nel dibattito politico italiano le iperboli non sono rare, e il linguaggio delle campagne referendarie è spesso acceso. Tuttavia Bartolozzi non interveniva come semplice commentatrice o esponente di partito: parlava da capo di gabinetto del ministro della Giustizia.
È un ruolo tecnico-istituzionale che, proprio per la sua natura, richiede una particolare cautela nel linguaggio pubblico. Chi occupa quella posizione rappresenta infatti l’amministrazione della giustizia e lavora quotidianamente in rapporto con la magistratura.
In questo contesto definire i giudici «plotoni di esecuzione» non è soltanto una metafora forte: diventa una frase che entra in tensione con il ruolo istituzionale di chi la pronuncia.
Le parole
Prima ancora del piano politico, vale la pena fermarsi un momento sul linguaggio utilizzato. Due espressioni, in particolare, meritano attenzione.
La prima è «togliere di mezzo». È una locuzione colloquiale che indica l’eliminazione di un ostacolo o di un avversario. Applicata ai giudici, cioè a un intero ordine dello Stato, produce però un effetto semantico molto più duro: suggerisce l’idea di liberarsi di qualcuno che intralcia, non di riformare un sistema o di correggere un meccanismo istituzionale.
La seconda espressione è «plotoni di esecuzione». Qui l’immagine retorica diventa ancora più pesante. Il riferimento evoca la giustizia sommaria delle fucilazioni, un immaginario storico legato a regimi autoritari, guerre e repressioni politiche. Usata in relazione alla magistratura, la metafora trasforma implicitamente il giudice in un carnefice e il processo in una condanna già scritta.
Non è solo una questione di stile. Espressioni di questo tipo hanno una forte capacità evocativa: le parole si trasformano immediatamente in immagini mentali, e le immagini arrivano al lettore prima ancora della riflessione razionale. Per questo, nel linguaggio pubblico, metafore così forti spostano facilmente il discorso dal terreno della riforma della giustizia a quello della delegittimazione dell’istituzione.
Dalle parole alle immagini
In una campagna referendaria il linguaggio funziona spesso proprio così: attraverso immagini semplici e immediate. Ma se le immagini evocano conflitto o distruzione, il messaggio finisce per allontanarsi dall’idea di riforma e miglioramento che si vorrebbe sostenere.
Un problema di posizione
Nel caso Bartolozzi c’è però un ulteriore elemento che rende la vicenda comunicativamente più delicata.
Nel corso della stessa trasmissione la capo di gabinetto del ministro della Giustizia ha ricordato di avere un’inchiesta in corso che la riguarda. Il riferimento è alla vicenda legata al caso Almasri, su cui la procura di Roma ha aperto un’indagine per false informazioni.
Questo dato non implica ovviamente alcuna responsabilità personale, che spetta eventualmente alla magistratura accertare. Tuttavia introduce un fattore comunicativo evidente: quando chi parla è direttamente coinvolto in una vicenda giudiziaria, attacchi generalizzati alla magistratura rischiano di essere interpretati come l’espressione di un conflitto personale.
È uno di quei casi in cui il linguaggio pubblico richiede una cautela ancora maggiore, proprio per evitare che il piano della critica istituzionale si confonda con quello delle vicende individuali.
Nel corso dello stesso dibattito Bartolozzi ha anche pronunciato un’altra frase destinata a far discutere: «(Se vince il No) io scappo dall’Italia». È il tipo di espressione che spesso nasce come sfogo o iperbole nel linguaggio informale, ma che assume un peso diverso quando viene pronunciata da una figura istituzionale e per di più da un ex magistrato.
Una frase di questo tipo rischia infatti di suggerire l’esistenza di un interesse personale diretto nell’esito della riforma. È proprio su questo terreno che si inserisce una delle narrazioni più radicate nel dibattito politico italiano: l’idea che le riforme della giustizia servano principalmente a proteggere i politici dall’azione dei magistrati. Si tratta di un tema ricorrente nella storia recente del Paese e molto presente nell’immaginario di una parte dell’opinione pubblica.
D’altro canto, Bartolozzi potrebbe avere sottinteso di temere, in caso di sconfitta del Sì, una possibile rivalsa di quella parte della magistratura percepita come politicizzata. Questa lettura troverebbe almeno un indizio nell’espressione «plotoni di esecuzione», che richiama proprio l’idea di una giustizia vissuta come ostile o persecutoria.
Anche in questo caso il problema non è stabilire quale interpretazione sia corretta, ma comprendere l’effetto comunicativo delle parole pronunciate. In un contesto pubblico e altamente politicizzato, espressioni di questo tipo finiscono inevitabilmente per alimentare le letture più polemiche del dibattito.
Parlare in pubblico
Al di là della polemica del momento, il caso Bartolozzi offre una piccola lezione di comunicazione politica.
Nelle istituzioni il potere e la visibilità non coincidono necessariamente con la capacità di parlare in pubblico. Governare un apparato, dirigere un ufficio o ricoprire un incarico di vertice richiede competenze amministrative e giuridiche; partecipare a un dibattito televisivo, soprattutto su temi sensibili come la giustizia, richiede invece un’altra abilità: la padronanza del linguaggio.
Le campagne politiche e referendarie si giocano spesso proprio su questo terreno. Le parole non servono solo a esprimere una posizione: costruiscono immagini, orientano percezioni, definiscono il campo del dibattito.
Per questo, quando il linguaggio sfugge di mano, il rischio non è soltanto quello di alimentare una polemica momentanea. È quello di indebolire il messaggio che si voleva sostenere.