Come la frase “Stanno cambiando sette articoli della Costituzione” viene usata per attivare paura e mobilitazione emotiva.
Abstract
Nel dibattito politico le istituzioni non sono soltanto oggetti giuridici. Diventano spesso simboli, e i simboli si prestano facilmente a essere utilizzati nella comunicazione e nella mobilitazione politica.
La Costituzione è probabilmente il simbolo più potente della vita repubblicana. Proprio per questo può essere trasformata in uno strumento retorico: non più un testo da discutere nel merito delle sue norme, ma un oggetto da difendere in quanto tale.
La sacralizzazione della Costituzione produce questo effetto. Sposta il confronto dal terreno delle regole a quello delle immagini e delle emozioni. Una modifica diventa una profanazione, una riforma diventa un attacco, una discussione istituzionale diventa una battaglia morale.
Il risultato è che il dibattito pubblico tende a polarizzarsi attorno alla difesa del simbolo, mentre passa in secondo piano la domanda più importante: se e come le istituzioni possano essere migliorate.
In una democrazia costituzionale, discutere e valutare le riforme non significa indebolire la Costituzione. Significa, al contrario, riconoscerla per quello che è: uno strumento vivo della vita democratica, destinato a confrontarsi nel tempo con i cambiamenti della società e delle istituzioni.
Sommario
Perché si usa “la Costituzione non si tocca”
Un esempio concreto: l’articolo 87
Da “sette articoli” a “scassinare la Costituzione”
La Costituzione come oggetto sacro
La retorica dei padri costituenti
I costituenti non pensavano a una Costituzione intoccabile
I meccanismi emotivi: paura, perdita, identità, mobilitazione
Perché si usa “la Costituzione non si tocca”
«Stanno cambiando sette articoli della Costituzione.»
Nel dibattito sulla riforma della giustizia questa frase compare spesso come se fosse, da sola, un argomento conclusivo. Non viene quasi mai seguita da una spiegazione di quali articoli siano coinvolti, di cosa cambi davvero o di quali effetti concreti producano le modifiche proposte.
Eppure funziona.
Funziona perché non è pensata per spiegare, ma per attivare una reazione emotiva.
L’argomento si regge su un meccanismo retorico molto semplice: la sacralizzazione della Costituzione.
La Costituzione viene presentata non come un testo giuridico che può essere modificato secondo procedure previste (artt. 138 e 139), ma come un oggetto simbolico intoccabile. Una sorta di reliquia civile che deve essere difesa in quanto tale, prima ancora di discutere nel merito delle riforme.
In questa cornice, ogni modifica diventa automaticamente sospetta. Non importa che le modifiche riguardino esclusivamente la seconda parte della Costituzione — quella che disciplina l’ordinamento dello Stato — e non si tocchino né i principi fondamentali né i diritti e i doveri dei cittadini.
L’obiettivo di queste frasi è trasformare una modifica tecnica in una violazione simbolica.
Il trucco dei sette articoli
Uno degli argomenti più ripetuti nel dibattito sulla riforma della giustizia è che essa modificherebbe “ben sette articoli della Costituzione”.
Il numero viene spesso presentato come una prova implicita della gravità dell’intervento: se gli articoli sono molti, allora la riforma deve essere necessariamente radicale.
In realtà il numero, da solo, dice molto poco.
Quando si modifica una struttura istituzionale prevista dalla Costituzione, è normale che l’adeguamento debba essere riportato in più articoli del testo. Non perché si stia trasformando l’intero impianto costituzionale, ma semplicemente perché quella istituzione è citata in più punti della Carta.
Il riferimento ai “sette articoli”, quindi, non serve a spiegare il contenuto della riforma. Serve soprattutto a produrre un effetto retorico: suggerire l’idea di un intervento massiccio e potenzialmente pericoloso.
È un modo semplice per creare allarme senza entrare nel merito delle modifiche.
Un esempio concreto: l’articolo 87
Per capire come funziona davvero una modifica costituzionale, può essere utile guardare un esempio concreto.
Uno degli articoli coinvolti è l’articolo 87 della Costituzione, che elenca alcune delle funzioni del Presidente della Repubblica. Tra queste c’è anche il ruolo di presidenza del Consiglio superiore della magistratura.
Prima della modifica, il decimo comma recita semplicemente:
Presiede il Consiglio superiore della magistratura.
Con la riforma, la formulazione viene adeguata alla nuova articolazione dell’organo di autogoverno della magistratura, distinguendo tra le due componenti. Il comma diventerebbe quindi:
Presiede il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente.
Il cambiamento consiste quindi nell’aggiunta di alcune parole che riflettono una diversa organizzazione dell’istituzione. Non si modifica la funzione del Presidente della Repubblica, né il senso complessivo dell’articolo.
Questo esempio mostra bene perché il numero degli articoli coinvolti può essere fuorviante. Quando una modifica istituzionale riguarda un organo citato in più punti della Costituzione, è normale che il testo venga aggiornato in tutti gli articoli in cui quell’organo compare.
Non perché si stia “riscrivendo la Costituzione”, ma semplicemente perché il linguaggio della Carta deve restare coerente con la struttura delle istituzioni che descrive.
Da “sette articoli” a “scassinare la Costituzione”
L’argomento dei “sette articoli” spesso non resta isolato. Nel dibattito pubblico viene accompagnato da espressioni ancora più forti, che trasformano una modifica costituzionale in una vera e propria aggressione all’ordine democratico.
Una delle formule più ricorrenti è quella secondo cui la riforma “scassinerebbe” la Costituzione o addirittura la democrazia rappresentativa.
Qui il linguaggio cambia livello.
Non si tratta più di un argomento tecnico, ma di una metafora fortemente connotata. Il verbo “scassinare” non appartiene al lessico neutro delle riforme istituzionali. Evoca un atto illecito, un gesto compiuto con violenza o con frode ai danni di qualcosa che dovrebbe restare inviolabile.
Il giurista Gennaro Varone, nel libro La separazione delle carriere dei magistrati. Riflessioni in vista del referendum, dedica alcune pagine proprio a questo uso del linguaggio. In un capitolo significativamente intitolato Il significato delle parole, osserva che non vengono utilizzati termini come “modificare”, “cambiare” o “abrogare”, che appartengono al vocabolario ordinario delle riforme costituzionali.
Viene scelto invece il verbo “scassinare”.
Come osserva Varone, questa parola richiama immediatamente l’immagine di un’azione illegittima:
«evoca un atto illecito e, secondo senso comune, compiuto non con un affronto aperto, ma con frode, sorprendendo la buona fede altrui: comunque, approfittando di una situazione di minorata difesa».
Lo “scassinatore”, nella percezione comune, non è un riformatore ma un malfattore.
Il passaggio retorico è evidente: dalla discussione su una modifica istituzionale si scivola verso una narrazione morale in cui qualcuno non propone una riforma, ma tenta un colpo ai danni della democrazia.
Non è solo una questione di stile. È una questione di significato delle parole.
Come lo stesso Varone osserva in un’intervista sul linguaggio nel dibattito pubblico, le parole non sono strumenti neutri: evocano mondi concettuali e rivelano spesso una precisa visione del potere.
«Le parole evocano significati. […] Lo spontaneo uso di parole dal significato giuridico preciso, da parte di chi quel significato non ignora, per ricondurvi conseguenze escluse dal significato medesimo, è rivelatore di una concezione autoreferenziale del potere».
Nel dibattito politico e giudiziario il linguaggio non serve soltanto a descrivere la realtà. Serve anche a costruire una cornice interpretativa.
E la parola “scassinare”, applicata alla Costituzione o alla democrazia rappresentativa, non descrive una modifica istituzionale: la trasforma immediatamente in un atto di aggressione.
La Costituzione come oggetto sacro
L’uso di parole come “scassinare” diventa comprensibile solo se si considera un passaggio retorico più profondo: la trasformazione della Costituzione in un oggetto sacralizzato.
Dal punto di vista giuridico, la Costituzione è un testo normativo. Stabilisce i principi fondamentali dello Stato, riconosce diritti e doveri dei cittadini e disciplina l’organizzazione dei poteri pubblici. Proprio per questo prevede anche le procedure attraverso cui può essere modificata.
La possibilità di revisione non è un incidente del sistema costituzionale: è parte integrante della sua architettura.
Nel dibattito pubblico, però, questa dimensione giuridica tende spesso a scomparire. La Costituzione smette di essere un testo che può essere discusso e aggiornato e diventa un simbolo identitario, qualcosa che deve essere difeso in quanto tale.
Quando questo passaggio simbolico si compie, il terreno del confronto cambia.
Non si discute più se una riforma sia utile, sbagliata, efficace o dannosa. La domanda implicita diventa un’altra: se sia legittimo toccare la Costituzione.
La discussione si sposta così dal merito delle norme alla difesa di un oggetto percepito come intoccabile.
È questo il “meccanismo della sacralizzazione”.
Un testo che nella realtà costituzionale vive anche attraverso le sue revisioni viene rappresentato come una reliquia civile, la cui integrità materiale non dovrebbe mai essere alterata. In questa cornice, qualsiasi modifica — anche limitata e circoscritta — può essere raccontata come una violazione.
La retorica trova qui un terreno particolarmente fertile. Se un oggetto è sacro, chi lo modifica non appare più come un legislatore o un riformatore, ma come qualcuno che profana qualcosa che dovrebbe restare inviolabile.
La discussione politica diventa così una difesa del simbolo, più che un confronto sulle regole.
La retorica dei padri costituenti
La sacralizzazione della Costituzione si accompagna spesso a un altro elemento retorico ricorrente: il richiamo ai padri costituenti.
Nel dibattito pubblico, l’Assemblea costituente viene frequentemente evocata come un momento fondativo quasi irripetibile della storia repubblicana. Le scelte compiute in quel contesto vengono presentate come il risultato di una straordinaria convergenza morale e politica, capace di produrre un equilibrio istituzionale che non dovrebbe essere alterato.
Il riferimento ai padri costituenti svolge quindi una funzione precisa: rafforzare l’idea di intoccabilità della Costituzione.
Se quelle norme sono state scritte da figure percepite come particolarmente autorevoli, in un momento storico carico di significato, modificarle può apparire come un gesto di presunzione o di rottura nei confronti di quell’eredità.
Dal punto di vista retorico, il meccanismo è semplice.
L’argomento non riguarda più tanto il contenuto delle norme, quanto l’autorità morale di chi le ha scritte.
Il discorso si sposta così dalla valutazione delle istituzioni alla fedeltà a un’origine simbolica.
Eppure la stessa Costituzione, nel prevedere le procedure di revisione, riconosce implicitamente che il testo costituzionale non è pensato come un documento immutabile. È uno strumento destinato a vivere nel tempo, all’interno di una società che cambia.
Il richiamo ai padri costituenti, quando viene utilizzato come argomento per bloccare qualsiasi discussione sulle riforme, finisce quindi per produrre un effetto paradossale: trasforma un testo pensato per regolare una democrazia dinamica in un oggetto statico, la cui autorità deriva soprattutto dal momento storico della sua nascita.
Ancora una volta, il dibattito tende così a spostarsi dal merito delle regole alla forza simbolica delle immagini che le circondano.
I costituenti non pensavano a una Costituzione intoccabile
Il richiamo ai padri costituenti produce spesso un effetto paradossale.
Nel dibattito pubblico si tende a presentarli come i custodi di un testo perfetto, pensato per rimanere immutabile nel tempo.
Ma la realtà storica è molto diversa.
Gli stessi protagonisti dell’Assemblea costituente erano pienamente consapevoli del carattere contingente e compromissorio di molte scelte istituzionali. Piero Calamandrei, uno dei giuristi più autorevoli tra i costituenti, definì la Carta del 1948 una Costituzione “di compromesso”, nata dall’equilibrio tra diverse culture politiche presenti nell’Assemblea.
Non era il risultato di una verità definitiva, ma di una mediazione storica tra visioni diverse dello Stato e della democrazia.
Anche su alcuni aspetti dell’assetto istituzionale — come il bicameralismo o il rapporto tra governo e Parlamento — gli stessi costituenti erano consapevoli dell’esistenza di possibili criticità, legate al contesto politico in cui la Costituzione veniva scritta.
Del resto la stessa Costituzione prevede esplicitamente le procedure per la sua revisione.
Questo significa che chi l’ha scritta non la concepiva come un testo immutabile, ma come uno strumento destinato a vivere e adattarsi nel tempo.
L’idea di una Costituzione intoccabile, quindi, è in gran parte una costruzione retorica successiva.
I meccanismi emotivi: paura, perdita, identità, mobilitazione
Quando la Costituzione viene rappresentata come un oggetto sacro o come un simbolo intoccabile, la discussione non rimane più sul piano tecnico. Entra in gioco una dimensione diversa: quella emotiva.
La retorica della “Costituzione in pericolo” attiva infatti alcuni meccanismi psicologici molto potenti.
Il primo è la paura. Se si suggerisce che qualcuno stia “scassinando” la Costituzione o mettendo a rischio la democrazia rappresentativa, il messaggio implicito è che un equilibrio fondamentale dello Stato stia per essere compromesso. La paura funziona bene nella comunicazione politica perché riduce lo spazio del ragionamento: quando un bene percepito come essenziale sembra minacciato, la priorità diventa difenderlo.
A questo si collega un secondo meccanismo, quello della perdita. Le persone tendono a reagire con particolare intensità quando viene evocata la possibilità di perdere qualcosa che possiedono già. In questo caso il bene simbolico da difendere è la Costituzione stessa, presentata come patrimonio collettivo della comunità politica.
Il terzo elemento è l’identità. La Costituzione viene spesso descritta come il fondamento morale della Repubblica, il punto di incontro delle diverse tradizioni politiche nate dopo la guerra. Difenderla non appare quindi soltanto come una posizione giuridica o politica, ma come una scelta che definisce da che parte si sta.
Infine, questi elementi confluiscono in una vera e propria chiamata alla mobilitazione. Se la Costituzione è sacra, se è minacciata e se difenderla diventa un segno di appartenenza civile, allora il passo successivo è l’invito implicito ad attivarsi per proteggerla.
In questo modo una discussione che potrebbe riguardare il funzionamento delle istituzioni viene trasformata in uno scontro simbolico, nel quale la posta in gioco non è più il merito delle norme ma la difesa di un valore percepito come fondamentale.
La mobilitazione asimmetrica
Questa dinamica ha anche un effetto politico concreto: incide sul livello di mobilitazione dei diversi elettorati.
Quando la comunicazione è costruita attorno alla difesa di un bene percepito come minacciato — in questo caso la Costituzione — è più facile attivare chi si riconosce in quella narrazione. Il messaggio non è solo politico, ma identitario: si tratta di difendere qualcosa che appartiene alla comunità e alla sua storia.
In situazioni di questo tipo, la mobilitazione tende spesso a essere asimmetrica. Chi interpreta il voto come una forma di difesa di un valore fondamentale può sentirsi più motivato a partecipare rispetto a chi sostiene una riforma istituzionale, che per sua natura è più difficile da comunicare in termini emotivi.
A questo si aggiunge un altro elemento tipico dei referendum: la collocazione politica dei fronti in campo. In questo caso, gran parte delle forze che sostengono il No appartiene all’opposizione parlamentare, mentre il Sì è sostenuto da forze che fanno parte della maggioranza di governo.
Questo produce una dinamica abbastanza comune nella politica: l’opposizione ha spesso maggiori incentivi alla mobilitazione, mentre chi governa tende a scontare un coinvolgimento meno intenso del proprio elettorato.