Quella tra Matteo Bassetti e Heather Parisi nasce come molte polemiche contemporanee: su un fatto di cronaca, apparentemente circoscritto, si innesta un cortocircuito che ha a che fare con tutt’altro, qualcosa di ben più grosso, perché riguarda il modo in cui intendiamo libertà, competenza e dissenso.
Bassetti, infettivologo di primo piano, ha criticato duramente l’operato del Segretario alla Salute statunitense Robert F. Kennedy Jr., noto per le sue posizioni fortemente critiche verso i vaccini.
Heather Parisi, da anni schierata su posizioni no-vax, ha reagito invocando sanzioni e limitazioni contro chi attacca l’amministrazione Donald Trump, arrivando di fatto a chiedere che una voce critica venga messa a tacere.
Quando ho letto la notizia (era un po’ ovunque, per l’Italia a esempio sul Il Mattino) non mi sono chiesto chi avesse ragione tra i due sul piano sanitario, ma se criticare il potere fosse diventato un abuso.
Detta così fa tanto retorica e me ne scuso. Procedo allora con ordine, perché si invocava un intervento severo: «(Trump) valuti le opzioni più serie».
Escludo che suggerisse di bombardare il San Raffaele, piuttosto immagino si riferisse a una qualche forma di censura con ripercussioni economiche anche inerenti le relazioni, la carriera e i visti del medico italiano.
Senza nulla togliere al diritto di parola di Heather Parisi — che resta intatto — questa uscita, per usare un vecchio gioco di parole che lei stessa portò in scena molti anni fa, non ci cale mica.
A parte che criticare il potere è esercizio di democrazia, proprio al minimo sindacale. Ma il punto non è questo.
Un medico che interviene su politiche sanitarie non sta facendo propaganda politica: sta esercitando una responsabilità professionale.
Che le parole di Bassetti piacciano o meno, il suo intervento rientra pienamente nel diritto — e nel dovere — di chi possiede competenze specifiche e vede decisioni pubbliche potenzialmente dannose.
Qui emerge una prima confusione tipica del nostro tempo: l’uguaglianza dei diritti viene scambiata per uguaglianza delle competenze.
Tutti hanno diritto di esprimersi, ma non tutte le opinioni hanno lo stesso peso quando si parla di salute pubblica. Negarlo non è democrazia: è una follia da puro populismo cognitivo (e su questo punto potrei essermela cavata egregiamente, senza neppure scomodare l’inflazionatissima e sempre ficcante invasione degli imbecilli di Eco).
D’altro canto, Heather Parisi ha tutto il diritto di dissentire.
Quello che cambia la natura dello scontro è il passaggio successivo: non confutare un’idea, ma chiedere che chi la esprime venga punito, silenziato, “bannato”.
È qui che la vicenda smette di essere una polemica social e diventa un segnale culturale. Non siamo più nel campo del conflitto tra opinioni, ma in quello della delegazione del dissenso al potere.
Storicamente, i sistemi autoritari non si fondano solo sulla repressione dall’alto. Si fondano anche, e spesso soprattutto, su cittadini comuni che chiedono al potere di intervenire contro chi disturba l’ordine ideologico del momento.
Non il delatore per paura, ma il delatore per convinzione. Colui che segnala, denuncia, invoca sanzioni sentendosi dalla parte giusta, convinto di difendere un bene superiore. Sono delatori entusiasti: nessun mostro o fanatico, solo persone normali che smettono di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie richieste.
Un fenomeno che può essere ricondotto a ciò che Hannah Arendt chiamava banalità del male e che ancora una volta ci riporta a una cruda realtà: non esseri malvagi e abominevoli, ma persone “convinte di fare il bene” (ad esempio, mentre invocano la censura).
Molti movimenti, non solo no-vax, si definiscono libertari, anti-autorità, ribelli al sistema. Eppure, quando si sentono minacciati invocano sanzioni, intervento dello Stato e censura. È un’antinomia: la libertà vale finché protegge me, non chi mi contraddice. Questo paradosso merita un discorso a parte, perché dice molto del clima culturale in cui viviamo.
La libertà di parola non serve a proteggere le idee che ci piacciono, semmai a tollerare quelle che ci infastidiscono, soprattutto quando vengono espresse da chi ha titolo per farlo.
Non è quando qualcuno critica Trump, Kennedy o Bassetti che dobbiamo preoccuparci.
È quando cittadini comuni chiedono al potere di decidere chi può parlare e chi no, convinti di stare difendendo la verità, la scienza o la libertà stessa, che abbiamo un problema.
Ed eccomi qui, nell’anno tutt’altro che di grazia 2026 a snobbare il silenzio imposto (“cosa e niente”). A pensare che — altro che censura! — i tempi moderni più inquietanti nascono proprio così, dal silenzio richiesto con entusiasmo.