Esecrabilmente Nicole. Storia del nulla, dall’archetipo al feticcio

Punto di vista

Riflessioni, opinioni e prospettive

Ci sono storie che non dovrebbero interessare quasi a nessuno. E invece finiscono sulle prime pagine, aprono i talk show, riempiono i social. Il caso di Nicole Minetti rientra perfettamente in questa categoria: una vicenda marginale, che non incide su economia, sicurezza, sanità o politica internazionale, ma che diventa centrale nel dibattito pubblico. Perché tutta questa attenzione, al limite dell’accanimento?

Minetti non è un politico e non riveste alcun ruolo pubblico. I fatti per cui è stata condannata risalgono a molti anni fa e, anche senza grazia, per lei non si sarebbero spalancate le porte delle patrie galere. Solo un po’ di servizi sociali. Eppure stiamo assistendo a un martellamento continuo sulla vicenda, per non parlare del trattamento riservato che include offese di ogni genere. Sembra che alcuni abbiano appiccicato a Nicole la lettera scarlatta. Perché? La colpevolezza della Minetti — reale, presunta, eventuale — non mi interessa, non è di questo che parlo. Scopriremo forse se ci sono irregolarità e in capo a chi stanno le responsabilità, ma ciò non toglie che la vicenda in sé sia irrilevante se confrontata con il rumore che produce. Come si arriva a questo?

La risposta sta nel modo in cui oggi funziona l’informazione. Non esiste più una gerarchia basata sulla rilevanza, ma una selezione guidata dalla capacità di attivare reazioni. Alcuni fatti vengono amplificati, altri restano sullo sfondo, altri ancora spariscono del tutto. Non è necessario che le notizie siano vere o false: basta che siano utili. Utili a costruire un racconto, a rafforzare una posizione, a colpire un bersaglio. In questo senso, una notizia vale per ciò che produce, non per ciò che è.

Dentro questo meccanismo si muove un ecosistema che mescola informazione e politica, opinione e mobilitazione. Figure come Marco Travaglio, Andrea Scanzi o Sigfrido Ranucci, insieme a piattaforme come Il Fatto Quotidiano o programmi come Report, non si limitano a raccontare i fatti: inseriscono notizie, vere o presunte tali, in una narrazione coerente con le aspettative del proprio pubblico. È un rapporto circolare. L’audience cerca conferme, il sistema le fornisce, e ogni nuovo caso diventa un tassello che rafforza il quadro generale.

Perché questo funzioni, però, serve qualcosa di più profondo. Serve una disponibilità diffusa all’indignazione, una sensibilità particolare verso il tema della colpa e della punizione. Non è un fenomeno nuovo. In ogni società esiste una componente che tende a trasformare la giustizia in spettacolo, a cercare il colpevole più che la comprensione, l’esposizione più che la misura. Un tempo si materializzava in forme pubbliche e rituali; oggi passa attraverso schermi e piattaforme, ma la logica è sorprendentemente simile.

In questo contesto, la figura di Silvio Berlusconi continua a funzionare come un archetipo per una parte. Non tanto per ciò che è oggi, quanto per ciò che rappresenta per quella parte: il male morale, un simbolo consolidato del “sistema corrotto”, continuamente riattivabile. Tutto ciò che gli è stato vicino resta disponibile come materiale narrativo. Il caso Minetti si inserisce in questo contesto: non come evento autonomo, ma come estensione di un racconto già pronto, immediatamente riconoscibile, emotivamente carico. L’affaire Minetti diventa un feticcio perché entra in una narrazione di senso. Non so poi se Mattarella ci finisca dentro per calcolo politico o come danno collaterale, ma protendo per la prima ipotesi.

Anche il Movimento 5 Stelle si è nutrito, almeno in parte, di questa domanda di moralizzazione radicale. L’idea di una politica accessibile, capace di “fare pulizia”, ha intercettato un bisogno reale di giustizia, ma lo ha anche trasformato in un linguaggio semplificato, dove la complessità lascia spazio alla contrapposizione tra giusti e sbagliati. In un contesto del genere, casi come questo vengono rilanciati perché funzionano maledettamente bene.

Il risultato è una macchina dell’attenzione che funziona senza sosta. I cittadini diventano utenti, esposti a un flusso continuo di contenuti progettati per attivare reazioni rapide: indignazione, disgusto, schieramento. Il linguaggio si irrigidisce, si polarizza, perde sfumature. Anche la responsabilità cambia forma. Non scompare, ma si sposta: verificare diventa secondario rispetto all’effetto, correggere arriva dopo, quando arriva. Nel frattempo, il danno — o il risultato — è già stato prodotto. Ai giornalisti non viene richiesto di essere responsabili, integri e credibili, ma solo di produrre risultati coerenti con una narrazione.

Dentro questo meccanismo, le persone coinvolte finiscono per perdere consistenza. Diventano simboli, strumenti, funzioni narrative. Vale per chi è al centro della vicenda, ma anche per chi vi ruota attorno. Perfino elementi delicati, come la presenza di un minore, vengono assorbiti nel racconto senza particolari cautele. La dignità e la serenità delle persone non contano, importa solo quanto possano contribuire a rendere la storia più efficace. Si discute apertamente delle condizioni di un bambino, si misura quasi il grado della sua sofferenza per stabilire se sia “sufficiente” a giustificare certe scelte. È follia pura: una storia del genere, comunque vada, sarà devastante. Allo stesso tempo, una donna viene ridotta a un’etichetta. Il linguaggio si fa brutale, ripetitivo, definitivo, volgare.

Non sono il solo a pensarla così, per fortuna. Ginevra Leganza su Il Foglio (Il figlio malato di Minetti sacrificato, come un oggetto, sui giornali e nei talk show) scrive: «la creatura – il bambino ammalato, figlio putativo di Nicole Minetti – è in questa storia il più colpevole d’innocenza. Da un lato rimosso, per far largo al Bunga bunga uruguaiano. Dall’altro sacrificato, persino, nella sua salute fisica. Immolato sulla tavola “Bianca” del talk. E poi sui giornali, coi dettagli relativi alle visite neurologiche». E cita sul punto tre donne di area progressista: Pina Picierno – «È uno spettacolo disumano che per certa informazione deve continuare a ogni costo» – Marianna Madia – «Si sta perdendo la cultura del diritto dell’infanzia» e Lucia Annunziata – «il trauma che un minore sperimenta è certo il più importante elemento umano».

È difficile non vedere, in questo, una contraddizione profonda: una cultura che si presenta come inclusiva, attenta ai diritti, sensibile alla libertà individuale, ma che sospende questi principi non appena individua nell’altro un bersaglio. A quel punto tutto è consentito: la curiosità diventa invasione, il giudizio è un marchio, la persona non merita alcun rispetto. Non è solo disumanizzazione. È anche una forma di superficialità collettiva, una disponibilità ad accettare qualsiasi semplificazione purché alimenti il flusso dell’indignazione.

A rendere tutto ancora più efficace è la tendenza alla semplificazione estrema. I passaggi intermedi saltano, le distinzioni si perdono, le responsabilità si accorpano. Una figura come Nicole Minetti viene immediatamente ricondotta a Silvio Berlusconi, e da lì a un intero campo politico, fino ad arrivare — per estensione — all’attuale maggioranza di governo. Il meccanismo è elementare e proprio per questo funziona: ciò che riguarda uno diventa ciò che riguarda tutti. Non importa il tempo trascorso, non importa il ruolo attuale, non importa la reale incidenza dei fatti. La narrazione riduce, comprime, collega. Il risultato è una forma di delegittimazione rapida, quasi automatica, in cui il singolo episodio diventa prova generale di una colpa collettiva. È un processo che attraversa schieramenti diversi, perché risponde a una logica semplice: costruire scorciatoie cognitive che permettano di trasformare un caso isolato in un giudizio complessivo.

Alla fine, ciò che resta è uno squilibrio evidente: una quantità enorme di attenzione concentrata su eventi marginali, mentre questioni strutturali restano sullo sfondo, solo perché sono meno funzionali. Il caso Minetti, in sé, non sposta nulla. Il fatto che diventi centrale, invece, dice molto su come funziona oggi il sistema dell’informazione e su quale tipo di domanda sociale lo alimenta.

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