Meglio il corpo di niente: cronache di un formicaio galattico

Tempi Moderni

Pensiero e realtà contemporanea

Dopo aver sognato di smaterializzarci in un segnale radio e di abitare l’eternità sotto forma di bit, è arrivato il momento di rientrare nell’atmosfera e fare i conti con la polvere. C’è qualcosa di profondamente ironico nel nostro tentativo di fuggire dal corpo: lo facciamo perché lo consideriamo un limite, un fardello biologico che ci impedisce di viaggiare tra le stelle, ma non ci accorgiamo che senza quel fardello non sapremmo nemmeno cosa stiamo cercando. Se prendessimo il nostro connettoma e lo isolassimo in un server perfetto, otterremmo forse una mente capace di calcoli quasi infiniti, ma perderemmo il “noi” che conosciamo. Senza il battito accelerato, senza il feedback del dolore o l’urgenza biochimica del desiderio, quella copia digitale sarebbe “altro”. Sarebbe una divinità annoiata o un software impeccabile, ma non sarebbe più l’uomo. Noi, in fondo, serviamo soprattutto a noi stessi.

Difendiamo con le unghie e con i denti la nostra forma attuale perché, sotto la cenere dell’ambizione tecnologica, sospettiamo che la nostra originalità risieda proprio nell’inciampo. Chi mai scambierebbe un quadro imperfetto con una riproduzione artificiale che non ha mai conosciuto la mano tremante mentre veniva dipinta? Il “rumore” che cerchiamo di eliminare per diventare efficienti è, in realtà, la nostra firma. È quella dimensione che ci permette di trovare un senso nel caos, un senso che non è scritto nelle leggi della fisica ma che abbiamo inventato noi per non morire di freddo. Abbiamo costruito una sovrastruttura di narrazioni, valori e fedi non perché siano veri in senso assoluto, ma perché sono le uniche pareti che ci riparano dall’indifferenza del vuoto. Cosa saremmo senza questa bugia?

Ed è proprio qui che la nostra specie rivela il suo lato più ridicolo e, al contempo, tragico. Mentre l’universo continua la sua espansione vorticosa fregandosene altamente dei nostri destini, noi passiamo il tempo a occuparci di questioni condominiali con una ferocia imbarazzante. Ci facciamo la guerra per un confine disegnato sulla sabbia, ci dividiamo in razze — un concetto che la biologia ha già smaltito come un’idiozia — e ci aggrappiamo a identità nazionali o culturali nate l’altro ieri, roba di cent’anni che manco gli storici riescono a maneggiare con onestà. Siamo formiche che si azzuffano per il possesso di un briciolo di pane mentre un meteorite sta per colpire il formicaio. Ci crediamo i protagonisti di un’epopea cosmica, quando probabilmente siamo solo un esperimento biochimico riuscito per metà.

In questa nostra ossessione per il corpo e per il senso, risuona con forza l’eco di Nietzsche e del suo Umano, troppo umano. Friedrich aveva capito che le nostre verità più sacre e le nostre istituzioni più imponenti non sono altro che il risultato di bisogni fragili, di paure ancestrali e di una vanità che ci serve a non sparire. Tutto ciò che chiamiamo “spirito” o “cultura” è intriso di questa nostra condizione limitata. Preghiamo, uccidiamo in nome di Dio, facciamo pellegrinaggi e ci immoliamo per un’idea di appartenenza, tutto per dare una coerenza a un’esistenza che, vista dall’alto, somiglia a un moto browniano di atomi in cerca di uno scopo. Siamo giocatori che non si alzano dal tavolo sperando di rifarsi, mentre il banco dell’universo ha già vinto in partenza.

Eppure, c’è una dignità in questo disastro. Siamo una parte del cosmo che ha deciso di raccontarsi una storia, anche se sappiamo che è inventata. Seppelliamo i morti perché quel corpo è stato il tempio di un brivido unico; scriviamo poesie perché l’efficienza del segnale non ci basta. Forse la verità triste è che siamo soli, piccoli e destinati a finire, ma preferiamo la bugia di un abbraccio caldo alla perfezione gelida di un algoritmo immortale. Abbiamo bisogno dell’attrito, della pelle che si consuma e di cose banali: che il tè si raffreddi o avvertire fastidio per una risata sguaiata. Perché è nell’errore che ci riconosciamo.

Questo viaggio che abbiamo iniziato guardando i razzi dell’Apollo 13 e terminato tra i bit del futuro ci riporta esattamente dove siamo partiti: a casa, con i nostri dubbi e le nostre fragilità. Forse l’ultima frontiera non è lo spazio profondo, ma la capacità di accettare la nostra originale imperfezione senza cercare scuse. Siamo umani, troppo umani per essere solo segnale, troppo legati alla terra per non sentirci ridicoli, ma abbastanza folli da continuare a cercare un senso nel buio. E va bene così. In fondo, tra un milione di anni, se qualcuno troverà quel famoso cesso scassato tra le macerie, forse sorriderà pensando che, almeno per un attimo, siamo stati vivi.

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