Non chiamatelo rottame, è pur sempre il nostro testamento!

Tempi Moderni

Pensiero e realtà contemporanea

Mentre scriviamo, c’è un silenzio che si sta allargando a 25 miliardi di chilometri da qui. Non è il silenzio vuoto dello spazio, ma quello più malinconico di una voce che si affievolisce. Voyager 1, il nostro messaggero più lontano, sta morendo. Non per un guasto, ma per “vecchiaia” nucleare.

I suoi generatori al plutonio perdono circa 4 Watt di potenza ogni anno. Per risparmiare energia, la NASA sta spegnendo tutto: riscaldatori, strumenti, memorie. Entro il 2030, la sonda smetterà di trasmettere. Resterà un pezzo di metallo inerte, un fantasma che viaggia a 17 chilometri al secondo verso l’ignoto. Ma prima di ammutolire, ci lascia in eredità una domanda che non riguarda la tecnologia, ma la nostra stessa essenza.

A bordo di Voyager 1 c’è il Golden Record: un disco d’oro che contiene i suoni della Terra, saluti in 55 lingue e immagini della nostra civiltà. È il nostro biglietto da visita per l’eternità. Ma qui sorge il dubbio filosofico: cosa comunica davvero un oggetto quando chi lo ha costruito non esiste più?

Mi torna in mente una scena meravigliosa del film Il mistero di Bellavista. Salvatore e Saverio, dopo aver visto un’opera di arte moderna di Tom Wesselmann che rappresenta dei sanitari, interrogano il Professore. La provocazione di Salvatore è brutale nella sua semplicità:

“Se oggi un muratore trova sotto le macerie un quadro di Luca Giordano, capisce subito che è un’opera d’arte. Ma se tra mille anni un muratore del 3000 trova un’opera come questa, che cosa penserà di aver trovato? Un capolavoro o nu cess scassato?”

È una domanda che potremmo proiettare nello spazio interstellare. Se tra un milione di anni un’intelligenza aliena (o un nostro discendente post-umano) trovasse Voyager 1, cosa vedrebbe? Capirebbe che quel disco d’oro è una lettera d’amore e di speranza, una testimonianza o un testamento, oppure vedrebbe solo un detrito tecnologico, un rottame spaziale indecifrabile?

Il problema dell’antropologia è che noi progettiamo il futuro a nostra immagine. Quell’artefatto è tale per l’uomo. Abbiamo messo nel Golden Record la musica di Bach e il pianto di un neonato perché per noi hanno un senso profondo. Ma il senso non è nell’oggetto, è nella relazione.

Senza l’uomo, il Golden Record è come il quadro di Wesselmann trovato dal muratore del 3000: rischia di essere un reperto muto. Voyager 1 è l’unica cosa nostra che potrebbe sopravvivere alla scomparsa della specie umana. Vivrà forse per miliardi di anni, potenzialmente superando la durata della Terra stessa. Saremo polvere, eppure quel disco potrebbe essere ancora lì.

C’è una sottile angoscia in tutto questo. Voyager 1 è il nostro testamento, ma è un testamento spedito a un indirizzo che non esiste. La sua “morte elettrica” prevista tra pochi anni ci mette di fronte alla nostra finitudine.

Mentre Artemis II batte i record di distanza della “carne”, Voyager 1 ci ricorda che la nostra gloria tecnologica è appesa a un decadimento radioattivo. Quando l’ultimo bit arriverà a terra e i monitor del JPL di Pasadena mostreranno una linea piatta, avremo perso il contatto con la parte di noi che è andata più lontano.

Resterà solo quel disco di rame placcato oro, con copertura in alluminio, elettro-placcato con un campione dell’isotopo di uranio-238 per consentire a un’eventuale civiltà che lo recuperi di determinarne l’età. Un oggetto che, come il quadro trovato dal muratore di Torre del Greco, aspetterà per eoni che qualcuno lo trovi. Sperando che quel “qualcuno” non lo scambi per un pezzo di ferraglia inutile, ma che riesca a sentire, tra i solchi dell’oro, il battito di un cuore che non batte più da un pezzo.

Il valore di un’opera risiede nell’opera stessa e nel suo autore, oppure sta in chi è capace di riconoscerla? In questo caso mi sa la seconda.

E tu, se dovessi scegliere un solo oggetto da mettere in una sonda che sopravviverà all’umanità, cosa sceglieresti per evitare l’effetto “cesso scassato”? Scrivilo nei commenti.

 

Nel prossimo articolo: se il corpo è un limite e l’oggetto è un rischio, la soluzione è diventare noi stessi il segnale? Parleremo di “mind uploading” e della possibilità di sopravvivere senza supporto.

Nel frattempo, se ti va, qui c’è una pillola direttamente dal film cult di Luciano De Crescenzo. 👇

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