L’Italia e i dinosauri

Punto di vista

Riflessioni, opinioni e prospettive

Concettualmente, i conservatori ce li aspettiamo a destra. Anche gli argomenti del conservatorismo, vecchio e nuovo, sono tipici di una destra, magari massimalista e populista ma, comunque, sempre destra: paternalismo, patriarcato, difesa delle tradizioni, ricorso ad argomentazioni religiose o tipiche della legge della natura, allergia per l’inclusione. Adesso stanno in fissa col woke, che è un argomento gustosissimo e di cui non vedo l’ora di discettare, attirandomi probabilmente le critiche da ogni latitudine.

Sì, perché la polarizzazione è funzionale alla conservazione del sistema, che predilige la rassicurante certezza dell’arroccamento ideologico e di posizione, che è pur sempre un modo di essere conformisti, prevedibili e inoffensivi. Chi non si riconosce in alcuno schieramento è uno sfigato, irresoluto, ridicolo, arrogante passaguai.

Torniamo a dritta. La destra si è sempre fatta portatrice di alcuni simboli moderni ma non di progresso: il modernismo di destra è tecnologico, di governo, autocratico. La liturgia, di cui ho spesso parlato anche altrove, è altresì presente nella propaganda di destra, pure nell’ultimo secolo: “Dio, Patria e Famiglia” è un esempio quasi scolastico. L’attuale leader di destra e Primo Ministro, Giorgia Meloni, se n’è cucita una addosso per fare personal branding, ed ha avuto successo.

Sono Giorgia: Donna, Madre, Cristiana”.

Il caso di Meloni è interessante. La sua formula liturgica vuole essere il segno distintivo e di orgoglio di chi rivendica al contempo l’identità e il suo essere se stessa nel mondo di oggi. Per certi versi è discontinuità pura che scavalca e fa impallidire le femministe più agguerrite.

La parte più forte di quella formula risiede in ciò che non c’è scritto, ovvero “leader”. Ed è questa la grossa novità. Non solo è donna e madre, e lo afferma senza vergogna né limiti, ma è anche leader. Tutto insieme: donna, madre e leader. E sì, si può fare. Alla faccia del pensiero distorto di chi difende il diritto al velo o al burqa — un gustoso Zalone-Guccini lo avrebbe cantato così: “di chi… col suo eskimo di Prada…” — mettendo in secondo piano il diritto di autodeterminarsi. Ma anche di chi pensa che le donne debbano sfornare figli ed accudirli, aprendo la bocca solo quando sono interrogate.

La rottura prodotta dallo “slogan di Giorgia” è evidente, non certo solo per l’affermazione dell’identità cristiana, ma perché colpisce dentro e fuori quel che resta dell’Occidente, dentro e fuori l’Italia, dentro e fuori il nostro piccolo mondo, un po’ borghese e un po’ provinciale.

Giorgia Meloni, che già deteneva il record di ministro più giovane della Repubblica Italiana, è la prima donna a ricoprire in Italia il ruolo di Presidente del Consiglio. Gli Stati Uniti d’America hanno impiegato 220 anni per avere un presidente nero e ancora stanno aspettando il primo presidente donna.

Oltre lo slogan e poco altro, però, non c’è nulla di innovativo, di dirompente o anche solo di riformista. E non parlo di Meloni e della destra, ma del Paese intero: politica, istituzioni, il comune sentire nella società civile. Siamo un Paese che ha raggiunto un particolare equilibrio che produce una quota minima di benessere per un buon numero di persone, al punto che la maggioranza di esse vorrebbe che non cambiasse nulla.

Su questa “dinamica di equilibrio stabile”, che è un ossimoro linguistico e di senso, incidono inevitabilmente alcune variabili:

  • Chi ha guadagnato potere o si è arricchito non ha alcun incentivo a cambiare le condizioni di funzionamento del sistema.
  • Nel mondo di mezzo sono tanti quelli che hanno trovato la propria dimensione: carriere agevolate nella Pubblica Amministrazione, scatti di anzianità, carrozzoni pubblici, case di lusso a poco prezzo, appalti e appaltini, licenze miracolose e altre rendite anacronistiche.
  • Ai penultimi non viene chiesto alcuno sforzo di emancipazione, ma vengono elargiti sussidi e mancette elettorali, insieme alla promessa di infinta tolleranza per la fisiologica illegalità tipica degli sfortunati.
  • Gli ultimi non fanno rumore. Se proprio dovesse tornare utile, si farà di loro una bandiera a tempo determinato.

Tutti costoro, a parte gli ultimi che servono giusto per essere strumentalizzati, sono accomunati dallo stesso destino: mantenere lo status quo per mantenere i privilegi. Ciò che spaventa più di ogni altra cosa, infatti, è la possibile perdita di quel che si ha, che sia il frutto di merito e di conquista o l’esito di un giro fortunato. Nessuno vuole perdere ciò che considera ormai acquisito e irrinunciabilmente suo di diritto. Politici, magistrati, tassisti: non fa differenza, è trasversale. Prova a dire, a quello che ha occupato abusivamente il suolo pubblico con una transenna, perché sia il suo posto auto, che deve cercarsi un parcheggio come tutti gli altri.

L’Italia è un Paese vecchio certamente in senso demografico, ma anche perché è testardamente impegnata a scongiurare ogni scampolo di rinnovamento e riforma, che viene vissuto come pericolo imminente e potenzialmente catastrofico.

In una scena memorabile di “La meglio gioventù”, un professore universitario descrive l’Italia come un paese “da distruggere, un posto bello e inutile”, destinato a restare immobile, in mano ai dinosauri. Consiglia a uno studente di andarsene. Lo studente gli chiede perché lui sia rimasto. La risposta è disarmante:

«Io sono uno dei dinosauri da distruggere».

Non c’è difesa, non c’è giustificazione; solo consapevolezza. Il sistema sa di essere tale e continua a esistere. Poi il professore aggiunge qualcosa di ancora più radicale:

«Magari ci fosse un’apocalisse. Almeno saremmo costretti a ricostruire».

Dentro questa frase c’è un’idea antica. La distruzione come condizione del rinnovamento. In natura, la vita si rigenera perché qualcosa finisce. Nelle società, quando questo non accade, si produce accumulo, irrigidimento, stagnazione. Senza la morte non c’è trasformazione e neppure la vita ce la può fare a resistere.

Ironia della sorte, ogni anno l’Italia perde la sua meglio gioventù, che emigra all’Estero impoverendo il Belpaese di capitale umano, di conoscenze, di ambizioni, di possibilità e di speranze.

Eppure, i nostri dinosauri contemporanei ci provano a sopravvivere e, proprio a questo scopo, attuano una forma di immobilismo consapevole, di particolare tenacia.

Corporativismo, sindacati, cooperative, fondazioni, associazioni che fanno sistema con i partiti. Dalle università ai teatri, dalle banche ai giornali. È un mondo che abita in un’impalcatura fatta di conformismo e strutture di potere, prima ancora che di burocrazia, che se ne sta saldamente inchiavardata in maniera permanente, tanto non c’è motivo di rimuoverla.

La sinistra ha chiuso nella grande cassapanca dei ricordi ogni sussulto riformatore, eppure non manca di attingere a un ampio campionario simbolico, che continua a fare breccia nei cuori di plastica di milioni di comunisti felici. Bravissimi a parlare di diritti, un po’ meno di doveri. Con in bella mostra la laurea magistrale in perbenismo e il master in ipocrisia.

Sono quelli che ci ricordano che la guerra è una cosa brutta e bisogna finirla, manco l’avesse provocata o potesse fermarla l’Italia. Che bisogna dire no a Trump e agli USA. Che non sta bene investire in armi, perché è di sanità che abbiamo bisogno. Che Russia e Ucraina devono smetterla.

Perché, se no che fai, lo dici alla maestra?

Sono quelli che si lamentano dei carburanti che salgono, che il governo dovrebbe fare qualcosa, che il decreto è per venti giorni, che la proroga non serve, che è sempre colpa di quegli altri senza morale. Come se “la loro morale” aprisse i canali o riempisse i serbatoi.

Parole, parole, soltanto parole.

Questa storia della superiorità morale la sinistra continua a raccontarsela. Sono i custodi del Bene. Di recente hanno difeso la Sacra Costituzione con un’operazione che puzza di coscienze putrefatte più che di grande bluff. Hanno sottoscritto un patto scellerato con parte della magistratura perché la Legge fosse uguale per tutti, ma un po’ meno uguale per i magistrati, che possono fare quasi tutto ciò che vogliono senza pagare dazio alla giustizia e al buonsenso.

Fanno il paio con quegli altri, i populisti giustizialisti assetati di vendetta, che hanno bisogno continuamente di colpevoli verso cui incanalare odio e sdegno, nell’attesa che la spada dei giusti sferzi l’ennesimo colpo mortale che porterà attimi di soddisfazione viscerale.

C’è del disagio, per forza. Cos’altro potrebbe esserci per questi stegosauri che si servono di censori, inquisitori e boia per placare la propria sete di sangue? Che è una metafora esattamente come i pupazzi di Meloni decapitati per la strada.

Stegosauri, brava gente. La cosa più innovativa che hanno partorito è l’aiutino di Stato: se sei abbastanza poveraccio, ti do un po’ di soldi. Hanno inventato al contempo la figura dei tutor, che avrebbero dovuto agevolare l’ingresso o il reinserimento del povero di turno nel mondo del lavoro. L’unica cosa in cui sono riusciti, però, è stato elargire fondi pubblici.

Non è l’unico fallimento giurassico quello dei tutor e del reddito di cittadinanza, che resta comunque una forma di scambio elettorale a carico dei cittadini virtuosi, quelli che la mancia elettorale non l’hanno chiesta e non l’avranno.

In piena emergenza covid-19, in nome del distanziamento sociale, hanno speso un botto per banchi con le rotelle che non sono stati mai stati usati. Si parla di centinaia di milioni di euro.

I nostri dinosauri pensavano anche di risolvere con i monopattini elettrici il problema del traffico tentacolare e pure quello dell’inquinamento. Cosa ti hanno pensato? Ovvio: un bonus monopattino!

A parte che i monopattini sono pericolosi sui marciapiedi e pure tra le auto, diciamolo: hanno rotto gli zebedei. Sulla ciclabile o niente. Pare che da maggio 2026, da un’idea di un altro genio, per usare un monopattino servano addirittura targa e assicurazione. Fra poco non potremmo più neanche andare a pisciare senza pagare un ticket.

Non che siano solo a sinistra o tra i populisti, né tantomeno solo in Italia: i dinosauri sono ovunque. Da noi però sono particolarmente accaniti e s’impegnano a fare danni con sempre rinnovato entusiasmo. La grande illusione del Green Deal europeo, ne vogliamo parlare?

Oltre un secolo di know-how e l’intero settore automotive, con un indotto da capogiro, buttati nel cesso. Una tragedia industriale, economica ed occupazionale. Per cosa? Per essere inondati da tostapane con le rotelle, a basso costo, che i cinesi sono bravissimi a fabbricare, anche perché hanno tecnologia e materie prime che noi europei oggi ci sogniamo.

Poi dice che la Germania si mette a produrre le armi. E non solo i tedeschi.

Ciò che colpisce è che quasi sempre queste derive ideologiche sono accolte con entusiasmo da questi ex rivoluzionari, ex riformatori, ex tutto: in breve, i nuovi conservatori. Il motivo è che costoro hanno bisogno di simboli che ricordino le origini dei movimenti, i tempi in cui il dissenso era voglia di cambiamento, costruzione di un futuro migliore, ambizione e speranza in un mondo diverso. Non avendo più nulla da cambiare — perché gli conviene che tutto resti com’è — i dinosauri si raccolgono intorno a momenti simbolici e suggestivi che evochino l’archetipo di pensiero rivoluzionario, come motore del cambiamento.

Ma è solo un’illusione, perché quel cambiamento non lo perseguono. Quel momento è finalizzato alla mera suggestione.

A pagare il prezzo di questo imbroglio siamo tutti. Ma, soprattutto, sono coloro che da sempre hanno rinunciato, più o meno consapevolmente, alle incrollabili certezze di una roccaforte inviolabile. A pagare sono gli ultimi e anche i penultimi, malgrado non se ne rendano conto. A pagare saranno le generazioni future, incapaci di sopravvivere in una bolla sospesa in un mondo che cambia a velocità supersonica.

La natura insegna che sopravvive chi si adatta: uccelli, pesci, rettili, insetti. Alcuni uccelli, ad esempio, potrebbero discendere da uno specifico gruppo di dinosauri. Ma non mi illudo: questi qua sono stegosauri o al più tirannosauri. Di questo passo si estingueranno e noi con loro.

Mai una gioia.

 

Da “La meglio gioventù”. 👇

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